Romano Prodi: l’unità europea è una necessità



Aldo Novellini    16 Luglio 2025       0

<<Sono più euroscettici i giovani che gli anziani. Una situazione rovesciata rispetto a trenta anni fa. La spiegazione è molto semplice: l'Europa non appassiona più le nuove generazioni perché non decide, ma si limita a mediare tra istanze diverse e spesso contrapposte. La mediazione in politica è certamente utile ma non si può pensare che defatiganti “tira e molla” senza una chiara prospettiva possano appagare i più giovani>>.

A dirlo è l'ex presidente del Consiglio, Romano Prodi, intervistato dal direttore de La Stampa, Andrea Malaguti, in un incontro promosso dalla Cooperativa sociale e libreria “La rosa blu”. Un'occasione per ascoltare uno dei grandi protagonisti della vicenda europea, presidente della Commissione tra il 1999 e il 2004.

E proprio riferendosi all'epoca in cui era a Bruxelles, Prodi ricorda come in quegli anni, contraddistinti dalla nascita dell'euro, la Cina era molto interessata alla nuova moneta intravedendola come alternativa al dollaro negli scambi internazionali. Per Pechino forse anche l'avvio di una sorta di pluralismo monetario che in futuro avrebbe dato spazio alla propria valuta. <<In definitiva l'Unione europea – sottolinea il professore - era vista come portatrice di un grande progetto innovativo. Oggi invece, la sua immagine nel mondo è calata e c'è da chiedersi – in Cina lo fanno - se ci siamo ridotti ad obbedire a Donald Trump, anziché cercare una nostra via autonoma. Ad esempio facendo pagare le giuste imposte alle grandi multinazionali hi-tech, invece che rinunciarvi per timore di incorrere nei dazi statunitensi>>.

Il problema è che negli anni le leve decisionali dell'Ue sono passate dalla Commissione, istanza sovranazionale, al Consiglio, ove sono invece rappresentati gli Stati che si muovono seguendo logiche prettamente nazionali. Ognuno cerca di trarre un proprio profitto, seppur minimo, non importa se a spese della comunità nel suo insieme. <<Il vero nodo – ha evidenziato Prodi - è il voto all'unanimità, regola che bloccherebbe anche le decisioni di un semplice condominio. Abolire questo vincolo è imprescindibile se si vuole proseguire verso l'integrazione>>.

Detto questo, sostiene Prodi, <<non è neppure vero che l'Unione europea sia messa così male. Dopo l'esperienza della Brexit, non certo brillante per Londra, nessun altro Paese andrà via. Piuttosto un po' tutti, e specie gli Stati guidati da governi sovranisti, cercheranno di modellare un'Unione a proprio uso e consumo. In queste condizioni non si rischia lo sfaldamento ma un progressivo indebolirsi della politica comune e, a ruota, la perdita di peso economico sullo scacchiere mondiale>>.

Tema di attualità è la difesa comune, con l'impegno di accrescere le spese militari fino al 5 per cento del Pil come richiesto in sede Nato. Prodi ritiene indispensabile costruire una difesa sovranazionale. <<Quello che si prospetta è però un riarmo dei singoli Paesi. Occorre uscire dalla trappola nazionalista per cui continuiamo ad avere una decina di modelli di carri armati o di aerei. Per non parlare di ventisette stati maggiori diversi. Questa non è difesa comune, ma una corsa agli armamenti di ciascuno Stato, senza alcun coordinamento che finirà soltanto per mettere a repentaglio il welfare>>.

Gli attuali equilibri mondiali sempre meno hanno a che vedere con il passato e bisogna tenerne conto. Nessuno poteva immaginare, solo qualche anno fa, che un presidente americano arrivasse a dire che l'Unione europea è nata per fregare gli Stati Uniti. <<Attenzione ad illudersi, come fa la nostra premier Giorgia Meloni, di poter tenere i piedi in due scarpe. Allontanarsi da Parigi e Berlino per seguire ad ogni costo Washington rischia di farci perdere credibilità in sede europea e non ci si deve poi stupire se la Polonia sostituisce l'Italia nel rapporto privilegiato con Francia e Germania>>.

L'Europa oggi è indietro in molti dei settori più innovativi: dall'intelligenza artificiale all'auto elettrica. La nostra divisione ci penalizza. Ventisette economie differenziate si rivelano un limite per lo sviluppo complessivo. <<Solo unendoci potremo contare di più e per procedere in quella direzione serve un riformismo forte, capace di dare risposte credibili su temi concreti: dalla sanità alla scuola, al lavoro all'energia. Dobbiamo andare oltre il traguardo dell'euro, conseguito ormai due decenni fa, ed fare un nuovo salto di qualità nella nostra integrazione: unica strada affinché l'Europa possa contare nel mondo di oggi>>.


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