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I valori e la legge elettorale
 
di Franco Maletti
 

Ognuno di noi è portatore di valori. A partire dalla famiglia, ne abbiamo acquisiti fin dalla nascita e maturati via via, a seconda del contesto sociale nel quale siamo cresciuti. Le leggi che regolano il nostro modo di vivere civile, hanno come riferimento tassativo tutti questi valori. Sono parte integrante di noi, e modificano il nostro essere e il nostro modo di rapportarci con gli altri.
Nel corso della vita e a seconda delle esperienze fatte, i nostri valori si modificano: alcuni si sommano ad altri, mentre altri perdono d’importanza fino ad essere dimenticati. I mezzi di comunicazione di massa sono dei modificatori continui di questi valori, in particolare per quanto riguarda il loro ordine d’importanza. Se i nostri valori non sono radicati saldamente in noi rischiamo di diventare delle banderuole, facilmente condizionabili a seconda del vento che alimenta una notizia: basta un grave fatto di sangue per mettere al primo posto la nostra sicurezza, basta che un cade morda un bambino per farci odiare gli animali, basta che uno straniero commetta un reato per farci diventare razzisti. E così via.
Molti valori “dormono” dentro di noi. Al punto che nel nostro vivere quotidiano spesso ce ne dimentichiamo. Salvo quando vediamo commettere una scorrettezza o stiamo per commetterla noi. Allora ce ne ricordiamo ed è compito della nostra coscienza decidere se intervenire oppure no. Sempre più spesso lasciamo correre. Perché non ci piace essere considerati dagli altri dei moralisti. Infatti, oggi essere dei moralisti significa vedersi appiccicata addosso un’immagine negativa. È il concetto di libertà a ogni costo, da tutto e da tutti, ad avere prodotto questo risultato. Al punto che non ci rendiamo nemmeno più conto di quanto male facciamo a noi stessi.

Trasferendo questi concetti alla politica, spesso ci dimentichiamo che chi è stato eletto per rappresentarci dovrebbe avere un comportamento corrispondente ai nostri valori di riferimento. Perché un conto è disattendere i valori nei quali ciascuno di noi crede nella sua vita di comune mortale, altro conto (invece) è che questi valori vengano traditi proprio da chi noi abbiamo eletto per rappresentarli.
L’uomo politico, non solo deve essere persona portatrice di valori fondamentali per il vivere civile, ma deve rappresentare questi valori in ogni momento della sua vita quotidiana: da quando si alza il mattino a quando va a dormire la sera. Infatti, se quello che lui sostiene per ottenere il consenso necessario per essere eletto, viene contraddetto continuamente nella sua vita normale di tutti i giorni, non è un politico degno di rappresentarci.
Per sapere se una persona è degna di rappresentare coloro ai quali chiede il voto, l’unico modo per non sbagliare è quello di conoscere questa persona nella sua vita comune. Con l’attuale legge elettorale questo non è possibile: l’elettore deve affidarsi alle ingannevoli promesse che derivano dalla televisione o dal web da parte di un segretario di partito (quando va bene), o da un proprietario di partito (quando va male). Saranno loro, in seguito, con l’attuale legge elettorale, a redigere personalmente l’elenco dei futuri eletti.
Tutto questo porta ad una grossolana valutazione del livello di moralità di ogni singolo candidato. Tutto questo non è democrazia perché non consente all’elettore di scegliere una persona che ha conosciuto nella vita di tutti i giorni. Tutto questo è pericoloso perché quando un politico “ruba” tutti quelli che fanno politica vengono inevitabilmente considerati ladri.
Soltanto restituendo all’elettore la possibilità di scegliere il candidato da eleggere sarà possibile, quindi, cominciare a dare moralità e credibilità alla politica.
Facciamo presto.


Stefano Godizzi - 2013-06-25
Anche su una argomento così delicato come la legge elettorale sembra prevalere la disinvoltura delle parole e degli argomenti, gli uni e gli altri obbedienti alle convenienze del web o ai volubili luoghi comuni dei mass media. Più che parole in libertà siamo proprio al libertinaggio delle parole. Qualche anno fa per criticare la poca disinvoltura del PPI un giornale della mia Brescia scrisse che i popolari soffrivano di troppa "rigidità culturale" per affrontare il dinamismo della seconda Repubblica. Rigidità culturale? Ma non è meglio chiamarla semplicemente coerenza? E non è la coerenza la cartina di tornasole per giudicare l'azione della politica? Anche sulla legge elettorale.