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I Movimenti stelle filanti
 
di Franco Maletti
 

Per qualcuno che ha vissuto quei tempi si tratta di una storia vecchia. Ma che vale la pena ricordare. Se non altro per dimostrare come non sia vero che “tutto quello che è vecchio è inutile”. Infatti, tutto quello che è vecchio merita di essere ricordato perché se non altro aiuta – o dovrebbe aiutare –a non ripetere gli stessi errori.
Veniamo al punto. Negli anni Ottanta sul Sindacato si era aperta una discussione lacerante: “Deve essere una Organizzazione oppure deve essere un Movimento?”.
Si trattava di una domanda non da poco, in quanto dalla risposta dipendeva l’intera strategia del confronto tra il Sindacato e tutte le altre “componenti sociali”.
I sostenitori del Sindacato-Movimento ritenevano che dovesse comprendere tutto e il contrario di tutto: ognuno aveva il diritto di accedervi e il diritto di essere ascoltato. Le rivendicazioni e le idee prevalenti che sarebbero emerse da questo confronto sarebbero diventate la “linea” del sindacato stesso. I più intransigenti, arrivavano addirittura a sostenere che “se da questo confronto fosse emersa anche una linea sbagliata” compito del Sindacato doveva essere quello di portarla avanti fino a quando il Movimento non fosse arrivato da solo a concludere che si trattava di una linea sbagliata o da modificare.
Erano i tempi delle Brigate Rosse. Anche questo non bisogna dimenticarlo. Ed erano anche i tempi in cui il Movimento esprimeva in modo spontaneo sedicenti capi carismatici o aspiranti tali che, non avendo trovato spazio nel Sindacato-Organizzazione, finivano di fatto col farne parte a pieno titolo. Tantissimi di questi, col passare del tempo, si sono “imborghesiti” (la definizione è loro, ed era usata con disprezzo). Sarei in grado di fare i nomi di tanti di questi “imborghesiti”: gente che ha fatto carriera non solo nel sindacato, ma anche in politica, nel giornalismo, o come apprezzati consulenti al servizio del potere che tanto odiavano quando manifestavano in piazza. Ma non è questo il punto.
La questione vera è che il Movimento (la storia insegna) gode di considerazione se c’è qualcuno che, con le buone o con le cattive, se ne autoproclama il rappresentante obbligando qualche altro a riconoscerlo come controparte con la quale trattare. Ma nel momento stesso in cui una trattativa inizia, chi rappresenta il Movimento diventa inevitabilmente Organizzazione. E perde altrettanto inevitabilmente quella parte del Movimento che non condivide l’eventuale accordo.
La storia dei Movimenti è costellata di egoistici “carpe diem” finali da parte dei loro condottieri che, di fronte alla scelta se fare gli irriducibili destinati a un inesorabile declino oppure assicurarsi una comoda poltrona (cioè imborghesirsi), hanno scelto la seconda opzione.
Tutte queste cose Grillo non le sa. O forse pensa che quello che gli è stato offerto non è abbastanza. Ma non si rende conto che, nel momento in cui il suo Movimento ha deciso di approdare in Parlamento, nel momento stesso in cui ha deciso di accettare anche le sole regole elettorali, da Movimento è diventato Organizzazione. Gli piaccia o no. Perdendo e continuando a perdere tutti quelli che non condividono le sue scelte. Perché anche qui, nel momento in cui si “sceglie”, inevitabilmente si perde quel pezzo di Movimento che non condivide.
E tutto questo vale anche per il cosiddetto “partito liquido” di veltroniana memoria: dove i fatti hanno dimostrato che all’alto consenso non corrisponde una conferma dello stesso quando inizia il momento delle decisioni. Il PD è un contenitore di contraddizioni proprio perché costruito attraverso la logica del Movimento. Ma, nel momento in cui si prendono le decisioni, l’organizzazione deve prevalere, dandosi delle regole per funzionare. Inevitabilmente devono essere regole democratiche, dove la minoranza accetta e fa proprie le decisioni della maggioranza.
Oggi tutto questo è in discussione perché nessuno è disposto ad accettare democraticamente le regole che non condivide. Magari preferisce affidare il proprio voto ai titolari di partiti personali privi di ogni regola democratica, perché le decisioni vengono prese dal loro proprietario.
Un sano e urgente ritorno al rispetto delle regole democratiche non è più rinviabile. Altrimenti sarà destinata a continuare la stagione dei pifferai e quella dei creatori di Movimenti (magari in modo più sofisticato, come per Renzi) il cui vero scopo è quello di “accasare” i loro condottieri per la soddisfazione dei loro personali ed esclusivi interessi.
Essere Organizzazione significa avere un progetto. Ma questo progetto deve essere di ampio respiro, deve essere “alto”. Così “alto” che non devono essere i sondaggi ad avere il potere di modificarlo. Un progetto deve avere la sua base di partenza da un’approfondita conoscenza della realtà, delle interconnessioni esistenti e sempre più complicate prodotte dalla mondializzazione. Occorre, in altre parole, avere una “visione d’insieme”.
Una raccolta di sfoghi e di insulti sul web non sono e non saranno mai un progetto politico. Possono fare colore come le stelle filanti a Carnevale, ma una volta cadute in terra sono solo spazzatura. E, farli propri, significa soltanto prendere in giro la gente mettendosi al loro stesso livello di ignoranza per farli credere dei “geni della politica”. Tutto questo non è onesto. Tutto questo non è utile. Tutto questo (ed è desolante riconoscerlo) lo sa bene anche Grillo.