Stampa questo articolo
 
Servono regole per il mondo nuovo
 
di Oreste. M. Calliano
 

La conclusione inevitabile di questa confusa fase politico-elettorale per l’elezione delle più alte cariche istituzionali della Repubblica italiana porta me, non iscritto ad alcuna formazione politica nazionale ma semplice federalista europeo, ad alcune considerazioni socio-istituzionali.

Nella realtà economica di questi ultimi anni sono emersi alcuni “cigni neri”: così N.N. Taleb ha battezzato eventi di scarsa prevedibilità e di effetto enorme, da utilizzare nell’analisi delle “pratiche dell’incertezza”, come la speculazione finanziaria, il gioco d’azzardo, l’attività imprenditoriale, la strategia politica. I “cigni neri” hanno catalizzato una serie di elementi di novità anche sociale e politica, aprendo una nuova fase della democrazia in Europa.

a) Gli scandali finanziari hanno inviato ai cittadini-consumatori messaggi tipo “vini al metanolo”: la qualità dei beni e dei servizi ha un costo, occorre evidenziare processi certificativi di qualità controllati e concertati. I consumatori hanno poi cambiato stili di consumo e se le imprese necessitano di recuperarne la fiducia, base di scambi efficienti, debbono investire in capitale relazionale (con tutti gli stakeholder, i portatori di interessi, compresi i consumatori), nella cosiddetta “responsabilità sociale d’impresa” e cambiare i paradigmi della loro cultura aziendale.
Così gli scandali che hanno colpito i partiti tradizionali hanno inviato ai cittadini-elettori messaggi analoghi: la qualità delle relazioni elettori-eletti ha un costo: costi della formazione di una classe dirigente adeguata alle sfide contemporanee (presenza autorevole in Europa, capacità di negoziare a livello internazionale e di individuare le strategie politico-economico-sociali più adatte nelle fasi di cambiamento); costi della comunicazione politica nella società dell’informazione; costi di strutture organizzative sia pure leggere, ma efficaci ed efficienti nei rapporti con gli elettori e le comunità locali. Questi costi devono tuttavia essere proporzionali all’efficacia degli investimenti, cioè devono consentire agli elettori di valutare “ex post”, ma meglio “ex ante”, la bontà delle spese della politica. Ciò richiederebbe processi di qualità della formazione della classe politica certificati da formazione adeguata, da cursus professionale (precedente all’entrata in politica o durante il percorso politico), da verifiche periodiche legate a un rapporto più stretto rappresentanti-eletti, tramite comunità socio-politiche sia fisiche (sezioni, centri studi, associazioni politiche) sia pure virtuali (forum tematici, social networks) purché regolamentati e guidati, onde evitare la fuga verso un generico sfogo di emozioni o uso parassitario dei mezzi telematici a fini di distorsione della percezione dei problemi e falsificazione dei giudizi da parte dell’opinione pubblica.

I cittadini-elettori hanno perciò cambiato stili di comunicazione dei loro interessi e dei loro sentimenti. Se i ceti politici vogliono recuperare la fiducia, base di relazioni efficienti, debbono investire in capitale relazionale con tutti i soggetti interessati, compresi gli interessi non rappresentati. Tra questi annoveriamo giovani precari, laureati acculturati costretti a emigrare per veder valorizzate le loro capacità e competenze, micro e piccole imprese costrette a competere nel mercato europeo senza un adeguato sostegno del “sistema Italia”, credenti alla ricerca di attualizzare valori non individualistici o egoistico-corporativi, intellettuali in attesa di poter dare il proprio contributo alla formazione di una nuova classe dirigente adeguata alle sfide della globalizzazione, consumatori privi di una minima tutela in fase di decrescita economica. Devono accettare il principio della responsabilità sociale delle scelte individuali (spesso solo dettate dal narcisismo e dall’ambizione personale e non dalla ricerca del “bene comune”) e politiche (spesso dettate dall’egoismo di gruppo e non dalla capacità di dialogo e di mediazione alla ricerca di momenti di “armonia comune”, indispensabili nelle fasi di transizione).
Da ciò consegue che sono in fase di cambiamento i paradigmi della cultura politico-sociale europea, e in particolare italiana.
b) La formazione di gruppi dirigenti “capaci, meritevoli e responsabili socialmente” sia per il mercato che per la società richiede forti “investimenti” in innovazione strategica oltreché organizzativa e finanziaria. Richiede di investire in formazione e in diffusione di una cultura adeguata alle sfide della globalizzazione. I Paesi che hanno fatto in passato questa scelta – si pensi alla Finlandia o, più recentemente, a Paesi est europei come Polonia e Slovacchia – hanno visto crescere il tasso di sviluppo economico, sociale e civile, peraltro partendo dai forti ritardi dovuti alla precedente fallimentare esperienza comunista.
Emerge qui il forte ritardo della cultura accademica italiana, spesso autoreferenziale (si pensi allo scarso valore data alla capacità didattica e formativa nei nuovi concorsi, rispetto alla capacità di ricerca scientifica, che trova poi forti resistenze in sede di valutazione comparativa a livello internazionale). Il piano inclinato su cui sta scivolando la nostra formazione di alto livello, sinora apprezzata in Europa e a livello internazionale, è un segnale preoccupante di futura decadenza dell’economia, della cultura e della società italiane.

Consideriamo anche il ritardo delle imprese che, delegando la formazione professionale alla scuola e poi dolendosi delle inevitabili inefficienze, non hanno saputo valorizzare il merito e cioè trattenere i nostri migliori “cervelli” in tempi ancora favorevoli, preferendo optare per una riduzione dei costi di lavoro tramite l’uso distorto del precariato. Ci confessava Cornelio Valetto, noto imprenditore torinese cui demmo la laurea “honoris causa”, che la scelta di optare per un lungo precariato pre-assuntivo era perniciosa per la cultura aziendale: un giovane che viene assunto con logica di precariato, maturerà nei primi anni di attività lavorativa – quelli in cui l’entusiasmo del “neofita” porta in azienda novità e stimoli al cambiamento – un sentimento di delusione e di incertezza che, se e quando assunto, manterrà per gran parte della vita lavorativa. Meglio sarebbe stato investire in “percorsi di carriera” interni che, dando certezza al neoassunto, gli consentissero di sviluppare al meglio le sue capacità mettendole a disposizione dello sviluppo dell’impresa e realizzando quel capitale relazionale che costituisce oggi il vero capitale aziendale.

c) La rivoluzione digitale e telematica ha cambiato le relazioni comunicative, di scambio, economiche, produttive. Siamo entrati nella “società della conoscenza” (Knowledge economy, Information society, Open network space), senza renderci conto che ciò cambiava molti paradigmi che fondavano la società moderna.
Il processo è appena all’inizio. È l’informatizzazione della società, cioè l’individuazione di nuovi lavori, nuovi mezzi di comunicazione, nuove relazioni sociali, nuove istituzioni, nuovi “Stati” e nuovi ”continenti”, che fino a pochi anni fa era impossibile concepire e realizzare, che sfideranno i vecchi paradigmi. Qui gli intellettuali (economisti, tecnologi, sociologi, giuristi, umanisti) sono stimolati ad adeguare idee, principi, regole, comportamenti collettivi alle nuove realtà. Come giurista comparatista mi limito a evidenziare la necessità di nuove regole adeguate all’innovazione tecnologica, economica e sociale in perenne evoluzione.

Quali regole sviluppare nel conflitto di interessi tra libertà di pensiero, di informazione e rispetto della privacy individuale e collettiva? Le ultime vicende relative ai giudizi in rete sui vari candidati alla Presidenza delle Repubblica italiana ne sono l’esempio paradigmatico: un profluvio di giudizi individuali è un referendum sociale spontaneo? E un referendum sociale è compatibile con il diritto-dovere del rappresentante politico, eletto senza vincoli di mandato? E tale strumento, non regolamentato, può essere usato a fini opportunistici, come avviene da parte di imprese marginali, per fare marketing politico esaltando un candidato e demonizzandone un altro?
Bisogna poi definire come regolare l’uso dei dati personali acquisiti, a opera di imprese telematiche, tramite la profilazione del cliente. Ad esempio, come sta avvenendo in USA, profilando gli interessi dei lettori di giornali online, al fine di finanziare tramite la pubblicità i giornali tradizionali ormai in crisi. E quindi individuando anche le preferenze politiche, spesso anche inconsce (si pensi all’area degli “incerti” prima delle elezioni). È ciò compatibile con la libertà di pensiero e di opinioni politiche? Può aprire la strada alla “pubblicità politica subliminale”?
E infine quali regole sviluppare nella selezione del personale che ormai avviene anche sui dati personali postati dai giovani, sin dalla adolescenza, e che può indurre a scartare candidati ritenuti non idonei per comportamenti tenuti in un lontano passato. È tutelabile il diritto all’“oblio” di dati, fotografie, giudizi anche politici, descrizioni di comportamenti postati anni fa e di cui successivamente si rifiuta la paternità?

In conclusione, emerge una necessità per i ceti politici di una nuova “cultura dell’innovazione” nel rispetto e rivisitazione dei valori fondativi della Repubblica italiana (principi costituzionali, dialogo tra diverse culture politico-sociali, ancoramento al processo di creazione di un governo federale europeo), ma con apertura alle nuove istanze e interessi delle giovani generazioni.
La cultura cattolico-popolare, a mio avviso più attrezzata di altre alla mediazione tra esigenze di rivisitazione della tradizione e di accoglimento delle innovazioni, è sfidata a dare il suo contributo in questo delicato passaggio politico-sociale.