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Considerazioni dopo le primarie
 
di Guido Bodrato
 

Con le primarie del PD è iniziata la campagna elettorale delle prossime elezioni, ed è ormai evidente che con questo avvenimento, cui le televisioni hanno dedicato uno spazio mai concesso a una vicenda politica, la coalizione di centrosinistra ha conquistato la pole position nella corsa per Palazzo Chigi.
Bisogna tuttavia riflettere sulle tensioni provocate dal “manifesto” fatto pubblicare dal “Comitato Renzi” alla vigilia del ballottaggio. Questa iniziativa aveva l'obiettivo di allargare la base elettorale del PD a favore del sindaco di Firenze, ma ha rischiato di guastare quella che era ritenuta una “festa della democrazia” ed è diventata una causa della flessione del voto a Renzi.
Il 25 novembre avevano fatto la coda per votare più di tre milioni di persone; il 2 dicembre hanno votato 300 mila persone in meno. Il 25 novembre il segretario del PD, aveva conquistato il 45%, in competizione con Matteo Renzi e Nichi Vendola, ma anche con Laura Puppato e con Bruno Tabacci. Il 2 dicembre ha vinto con più del 60% dei consensi. Una vittoria netta che Renzi ha riconosciuto, annunciando che tornerà a fare il sindaco di Firenze. Ma senza l'appello al voto moderato, caduto nel vuoto, anche il 40% conquistato da Renzi poteva essere considerato una vittoria. E infatti molti osservatori sono convinti che l'irruzione nelle primarie del “rottamatore” abbia cambiato il PD.
Si è trattato di primarie “di coalizione” che avevano anche l'obiettivo politico di ratificare l'alleanza con Vendola, il quale al primo turno ha ottenuto 500 mila voti. In occasione del ballottaggio la maggior parte degli elettori della sinistra antagonista ha votato per Bersani, e non a caso dopo la proclamazione del risultato Vendola ha dichiarato che con le primarie si è realizzata una svolta a sinistra. Si può stimare che sempre al primo turno alcune migliaia di tradizionali elettori del centrodestra, abbiano sostenuto la candidatura di Renzi con una riflessione analoga a quella di Campi, intellettuale della destra: “Ho votato per Renzi, per dare un segno di cambiamento. Penso che il PD lo coglierà. E se vince Renzi potrei votare per il PD” (“La Stampa” del 28 novembre).
Il manifesto cui abbiamo fatto riferimento ha fatto esplodere nei progressisti il timore che, in contrasto con regole poste a difesa della trasparenza del voto, Renzi puntasse ai delusi del centrodestra per spostare il baricentro del Partito Democratico. E così, mentre nel primo turno aveva dominato la questione della “rottamazione”, nel secondo turno – durato fortunatamente solo una settimana – ha dominato l'appello elettorale di Renzi ai moderati per contrastare l'egemonia dei post-comunisti.
Dopo il 25 novembre si poteva sostenere che le due candidature democratiche in competizione rappresentassero le due anime di un partito “plurale”, fondato sulla convergenza della Quercia e della Margherita, di un grande partito riformista candidato alla guida del Paese. E molti commentatori hanno sostenuto che la sfida “generazionale” stava riportando alla politica molti giovani, e a causa di quella sfida il PD stava superando il 30% dei consensi. Ma dopo le polemiche “sulle regole”, dopo l'appello di Renzi ai moderati, si è rafforzata l'opinione che Bersani e Renzi sono in realtà espressione di due strategie che non sarà facile tenere insieme, poiché hanno radicamento in elettorati diversi. I voti vendoliani e quelli che fanno riferimento alla CGIL, confluiti a sostegno di Bersani, non sono stati numericamente decisivi per la vittoria del segretario del PD, ma hanno dato un colore politico “rosso” alla vittoria dei progressisti. In realtà Bersani ha dichiarato più volte di proporsi l’integrazione della sinistra radicale nell’area dei progressisti, e di riternere maturi i tempi per una coalizione che guarda al socialismo europeo. Questo progetto va oltre la negativa esperienza dell’Unione tra Prodi e Bertinotti (2005), e anche oltre la strategia delineata da Veltroni in occasione del congresso del Lingotto (2007). Tuttavia è questo il progetto che Renzi ha contestato con una polemica che all'inizio era contro la nomenclatura del PD, e infine ha riguardato “un'intera generazione”, ma si è conclusa con un appello ai voti moderati, per un partito “più liberale”.
Gli elettori “moderati” che si sono schierati con Renzi, sono certamente meno numerosi degli elettori vendoliani confluiti su Bersani: si tratta però di un'area che potrebbe essere decisiva in occasione delle elezioni di primavera. Questi voti hanno inquinato le primarie del PD, hanno messo in ombra l'idea di Michele Salvati, autorevole sponsor di Renzi, a favore di un partito liberal-socialista? In realtà Matteo Renzi ha sempre difeso l'obiettivo di ricercare anche il consenso dei moderati, nella logica del “partito a vocazione maggioritaria”. E in occasione del faccia a faccia televisivo con Bersani, lo stesso Renzi ha affermato di non comprendere per quale motivo il PD dovrebbe lasciare all'Unione di Centro e al movimento “per l'Italia”, il compito di dialogare con i cittadini delusi da Berlusconi, predisponendosi però a un’alleanza parlamentare con il “grande centro” quando fosse in gioco il governo del Paese. A questa obiezione, che ha a che fare con la identità del centrosinistra, nella stessa circostanza Bersani ha replicato: “Perché lasciare quest'area centrista all'abbraccio della destra? Perché ripetere l'errore compiuto da Veltroni, che nel 2008 ha fatto vincere Berlusconi?”. Questo confronto dialettico dimostra che Bersani e Renzi pensano a due alleanze, perseguono due opposte strategie. Non a caso per Renzi sono in discussione “due diversi progetti d'Italia”e le primarie sono “un referendum sul futuro”.
Il dibattito si è chiuso a questo punto. Matteo Renzi ha lealmente riconosciuto la vittoria del segretario, e Pier Luigi Bersani si è impegnato “a fare girare la ruota” con il rinnovamento generazionale. Questa reciproca disponibilità sarà messa alla prova nelle ormai prossime elezioni. Tuttavia la direzione verso cui camminerà un partito impegnato a ripensare la storia italiana, a essere alternativo alla destra, dipenderà dalla riforma del sistema elettorale, dal riconoscimento che una vera democrazia si fonda sul pluralismo. Ma ci sarà una riforma elettorale che porti il Paese oltre il “porcellum”?
Si può ripetere, con Obama, che anche in Italia il meglio deve ancora venire.


giuseppe cicoria - 2012-12-19
Confermo quanto ho scritto in riposta all'articolo di Risso. Seppur succintamente mi sembra di aver colto l'impressione di essere d'accordo,in linea di massima, con Guido Bodrato. Naturalmente mi inchino alla Sua bravura sopratutto per aver affrontato il problema molto approfonditamente e con smisurata competenza.
giovanni - 2012-12-12
pienamente d'accordo
Leonello Mosole - 2012-12-12
Credo che le autorevoli considerazioni di Guido Bodrato siano da rivedere anche alla luce degli avveniemnti di questi giorni. Mettendo da parte ciò che, a mio avviso, ha fatto perdere Renzi (sembrava un ospite del PD ..., non si è capito se si voleva alleare con qualcuno ..., sulla base di quali criteri "rottamiamo"?..)alcune delle questioni poste (quelle che io ho colto) non possono sicuramente essere trascurate. Siamo in una situazione a dir poco "grigia": gli schemi tradizionali non sono più applicabili. 1) Nel PD - non si può pensare che chi vince vince e al massimo si concede l'onore delle armi agli "sconfitti": io credo che per vincere le elezioni (che sono un po' più complicate delle primarie) ovvero per non ripiombare nel clima delle "cene eleganti" e dello "spread è un imbroglio", sia necessario tener conto anche delle idee degli "sconfitti": pensiamo che l'idea di Renzi per una legge elettorale simiile a quella usata per l'elezione dei sindaci sia da buttare? pensiamo che l'idea di ridurre i costi della politica (che non sono sicuramente la causa del debito ma che sarebbero sicuramente un modo per riconciliare un po' la gente con essa) anche riducendo il numero dei parlamentari sia da buttare? pensiamo che modernizzare la struttura Amministrativa, che è autoreferenziale (vedi il concorso per dirigenti al Comune di Torino) sarebbe un'idea sbagliata? Tutto ciò, però, non può essere fatto facendo "girare la ruota" per far scendere D'Alema e far salire Fassina. La ruota deve girare facendo salire persone nuove ma soprattutto idee di governo e di partito nuove. Il PD per continuare a esistere come grande partito deve compiere un grosso rinnovamento: deve scomparire l'idea che la vecchia casa dei DS è stata ampliata per far entrare nuovi ospiti. Renzi potrebbe dare un grosso contributo a questo cambiamento. Staremo vedere quanto è maturo e uomo di Stato. 2) Fuori del PD - si pone seriamente la questione delle alleanze e di Monti. Vendola ha detto che se nel futuro del centro-sinistra si pone ancora "l'agenda Monti" lui non ci sta. Se con questo modo dire si intende che si debbano ridurre gli sprechi, a cominciare da quelli della politica, si debba cercare maggiore efficienza nell'Amministrazione e si debba ricondurre il debito entro limiti ragionevoli, non so come faremo con Vendola. Si pone inoltre la questione di quell'area di centro che si sta muovendo e che se non viene in qualche modo intercettata non si vince. Prodi docet. Ma Bersani non ha la faccia di Prodi e "profuma di sinistra". E questo non giova. E' questione di punti di vista, come in quella meravigliosa scena de "L'attimo fuggente" o come nel caso del minimo comune multiplo. Bisogna mettersi nei panni di chi ha esperienze diverse ma può condividere molte idee di fondo. Esiste poi il problema Monti. E' una garanzia internazionale, indipendemente dagli obbiettivi che il suo governo abbia o meno centrato. Dove lo mettiamo?
Mario Chiesa - 2012-12-12
... ma Obama ha messo le premesse perché il meglio possa avvenire. La permanenza (fermamente voluta, nonostante le dichiarazioni) del porcellum è uno degli strumenti che permette alla nomenclatura che ha sostenuto Bersani di salvarsi, alla faccia del bene e del meglio dell'Italia.