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La trappola del “partito cattolico”
 
di Giorgio Merlo
 

Un nuovo partito di ispirazione cristiana nel panorama politico, già sufficientemente frastagliato, del nostro Paese? È questa la domanda che agita molti commentatori politici. Il confronto è destinato ad arricchirsi e la crescente convegnistica sul tema non può essere frettolosamente archiviata o rubricata a ordinaria amministrazione.
Per non rincorrere le svariate opinioni che si confrontano, mi limiterei a tre secche considerazioni che, credo, rispondono più a criteri oggettivi che non a semplici considerazioni personali.
Innanzitutto il pluralismo politico dei cattolici è ormai un dato storicamente acquisito. La lezione e l’eredità conciliare, su questo versante, non possono più essere messi in discussione. E la fine della Democrazia cristiana, su questo aspetto, segna uno spartiacque difficilmente revisionabile. Del resto, l’unità politica dei cattolici è sempre stata legata a precisi fatti storici e mai, tranne esigue minoranze clericali e confessionali, a valutazioni di carattere religioso, o teologico, o dottrinario o etico. E la stessa esperienza, straordinaria ed irripetibile, della DC era il frutto e il prodotto di quella contingenza storica. Vagheggiare oggi una rinascita della DC non può che essere una operazione astratta, priva di ancoraggi storici, politici e culturali definiti se non nella illusoria ripetizione di una esperienza che ormai passata.
In secondo luogo, però, il patrimonio storico, politico e culturale del cattolicesimo democratico e del popolarismo di ispirazione cristiana non può dissolversi perché la contingenza politica non prevede la ricostituzione di un “partito cattolico”. E lo stesso dibattito sulla “irrilevanza” dei cattolici in politica non lo si affronta e non lo si risolve soltanto con un nuovo partito. Questo patrimonio è possibile difenderlo ed inverarlo nella società contemporanea in molti modi. Dalla politica alla straordinaria e feconda galassia dell’associazionismo, dal mondo della cultura a quello economico e sociale e del Terzo settore. Insomma, non si esaurisce solo nell’alveo della politica e dei partiti l’originalità del cattolicesimo democratico. Certo, la politica è il settore più esposto, e i riflettori si accendono di più su quel versante che non sull’opera quotidiana, incessante e meticolosa di chi dedica parte della propria vita agli altri. Diventa pertanto una discussione un po’ astratta quella concentrata sulla presunta “irrilevanza” dei cattolici nella dimensione pubblica del nostro Paese se non c’è un partito di riferimento. Fuorché si pensi, almeno per chi fa propria quella denuncia, che sia necessario oggi riproporre in tutta la sua interezza e organicità un “partito cattolico”. Probabilmente, gli stessi propugnatori di quella tesi sarebbero gli stessi che, dopo qualche tempo, ci spiegherebbero che in nome – giustamente – della laicità dello Stato e dell’azione politica, del pluralismo politico ormai acquisito, della autonomia del temporale ecc. la presenza di un “partito cattolico” sarebbe, semplicemente, un progetto vecchio e forse anche un po’ confessionale.
Ecco perché allora, ed è la terza ed ultima considerazione, la vera sfida oggi la si gioca in campo aperto. Cioè nella cosiddetta “pluralità” che caratterizza il profilo e la stessa identità di molti partiti, PD compreso. Una “pluralità” che, paradossalmente, dovrebbe vedere proprio i cattolici ancora più presenti e incisivi nella definizione concreta della proposta politica del partito. Una presenza, ovviamente laica, ma decisiva nel saper declinare il proprio patrimonio culturale nel nuovo soggetto politico e, soprattutto nel saper incidere sulle singole politiche. Una presenza non riduttivamente confessionale dove si viene interpellati solo e soltanto su alcuni temi di stretta pertinenza religiosa. Sarebbe una sorta di rinnovata presenza degli “indipendenti di sinistra” degli anni ’70 o dei “testimonial” cattolici degli anni ’90. No, la presenza dei cattolici democratici anche nel PD deve essere visibile, continuativa ed efficace. Senza derive clericali e senza scivolamenti confessionali ma con la consapevolezza che si è “veri cattolici solo quando si è veri cittadini”.
Così, credo, potremmo essere fedeli alle nostre origini senza cadere nella trappola di chi vorrebbe confinare ancora di più i cattolici invocando, seppur in buona fede, la formazione di un nuovo partito cattolico.


franco maletti - 2012-07-09
Il medioevo mediatico ha rinchiuso per lungo tempo le religioni nei monasteri. Solo questo può spiegare perchè tanti politici dichiaratamente cattolici, abbiano saputo e potuto all'occorrenza tacere e difendere l'operato di un certo Berlusconi e della sua cricca. Se la Chiesa esce dai monasteri, sicuramente anche per i cattolici (non importa dove si trovino) sarà più difficile dimenticarsi di esserlo. E da questo ne trarranno vantaggio tutti, anche i non credenti.