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Il mercato selvaggio mette in crisi la democrazia
 
di Guido Bodrato
 

La crisi economica e sociale che stiamo vivendo è esplosa negli Stati Uniti a metà del 2007 come crisi del capitalismo finanziario, e ha rapidamente contagiato l’Europa, mettendo in ginocchio le economie più deboli. Per frenare una bolla speculativa che minacciava di gettare sul lastrico milioni di famiglie, il presidente degli USA ha deciso un massiccio intervento a sostegno delle banche che ha provocato la polemica dei conservatori, preoccupati per il debito pubblico, ma anche dei liberal e dei radicali. Infatti Barak Obama è stato costretto – dall’ostilità del Congresso – a ridimensionare la riforma sanitaria, perno delle promesse elettorali e poi a registrare il ritorno in campo – come vincitori e con bonus favolosi – dei responsabili del fallimento delle banche. Un ciclo che aveva messo in evidenza i limiti del liberismo, si è concluso con il ritorno al potere dei conservatori britannici e con il declino, in quasi tutti i paesi dell’Unione europea, dei socialdemocratici, incapaci di elaborare una strategia alternativa a quella imposta dal capitalismo selvaggio anche alla BCE.
Dobbiamo allora chiederci se il progetto liberista che affida la crescita a una competizione resa più aspra dalla mondializzazione dei mercati, resta la strada obbligata, come si è detto negli anni ’80 con riferimento al “pensiero unico” di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher. E se l’economia di mercato continua ad essere vincente solo se è funzionale agli interessi dominanti, senza alcun riferimento al welfare e a fattori della produzione che non siano il denaro. Che le scelte delle oligarchie al potere ruotino attorno all’idea di un mercato senza regole, specie quando la globalizzazione inasprisce la concorrenza tra i continenti, e la Vecchia Europa non impone più le “ragioni di scambio” al resto del mondo, lo dimostra il decentramento delle imprese verso il sud e l’est del mondo, cioè verso Paesi caratterizzati dal basso costo del lavoro e dalla inesistenza di politiche sociali e di difesa dell’ambiente.
Così, una crisi dell’economia che è qualcosa di più serio di un ciclo congiunturale negativo, sta producendo disoccupazione e povertà, e sta scaricando sul welfare e sulle giovani generazioni la necessità di ridurre il debito pubblico. Queste tendenze si accompagnano al declino della solidarietà tra le generazioni e all’accentuarsi delle disuguaglianze sociali. Si allarga l’area del disagio, mentre cresce la ricchezza di corporazioni sempre più chiuse a difesa dei propri privilegi. E queste disuguaglianze sono spesso giustificate con riferimento al mercato…
Questo fenomeno non può non avere conseguenze politiche, non può non riflettersi sulla democrazia, non può non alimentare tensioni sociali tra il Palazzo e la Piazza. Non siamo all’ultima spiaggia, ma la debolezza dei partiti, che dovrebbero essere i soggetti fondamentali di una democrazia rappresentativa, è un segnale preoccupante: meno del 10 per cento degli elettori ha fiducia in loro. Una democrazia senza popolo non può resistere all’onda populista, al dilagare dell’antipolitica, al pericolo autoritario.
In realtà la crisi del riformismo (socialdemocratico e democristiano) che ha prodotto il welfare, crisi che gli europei pensavano di avere risolto con l’Unione europea, viene da lontano. Dopo Reagan e la Thatcher, quando sembrava definitiva la vittoria del capitalismo, Michel Albert, economista francese di radici cattoliche, ha messo a confronto due modelli di capitalismo: quello “neoamericano”, fondato sull’individualismo, sullo strapotere del mercato finanziario, sulla massimizzazione del profitto a breve; e quello “renano” (il modello tedesco) fondato sul valore della concertazione, sulle prospettive a lungo termine e sull’economia sociale di mercato. Cioè su un’economia che si regge sull’efficienza dell’amministrazione pubblica e sul valore della solidarietà. E ha concluso con una riflessione che appare paradossale: le due varianti di capitalismo si contrappongono radicalmente, e il vero pericolo è che dei due modelli il più contestabile, il meno efficiente, il più violento, cioè quello neoamericano, conquisti l’opinione pubblica e il potere. Albert aveva ragione a ricordare che il welfare negli anni ’50 era stato definito “il compromesso tra capitalismo e democrazia”, ma la conclusione della sua riflessione sembra ricordare che “la moneta cattiva caccia quella buona”. La “rivoluzione conservatrice” è infatti una deriva tanto più forte e pericolosa in quanto corrisponde a un movimento economico mondiale di grandi proporzioni, e testimonia una frattura nella storia del mondo industrializzato. Il capitalismo selvaggio mette il Mercato al posto dello Stato. Questa operazione è stata favorita dal crollo del socialismo reale e dalla globalizzazione dell’economia. Si tratta ormai di una ideologia che ha condizionato anche l’Unione europea, la quale dovrebbe reagire con un più di politica comunitaria, mentre sta regredendo verso la nazionalizzazione delle politiche economiche.
D’altra parte, chi ha esperienza della politica europea, sa che ogni volta che in un documento sottoposto al voto del parlamento di Strasburgo compare la formula ”economia sociale di mercato”, gli europarlamentari britannici e di altri partiti conservatori propongono che si cancellata la parola “sociale”, poiché – a loro parere – evoca una finalità sociale che è considerata un laccio inaccettabile al mercato, un limite alla concorrenza.. Riflessioni dello stesso tipo sono riproposte in un recente libro di Federico Rampini, per il quale il dilagare del capitalismo selvaggio ha finito per condizionare anche la cultura politica della sinistra. Tony Judt, forse il più autorevole storico del mondo anglosassone, quando ha analizzato le ferite lasciate sul corpo dell’Europa dalla guerra civile del 1939/45, ha indicato nel welfare la scelta politica che ha concorso all’unificazione del continente, correggendo inaccettabili disuguaglianze sociali. Tuttavia questa “way of live”, che ha realizzato un equilibrio quasi miracoloso tra diritti individuali, solidarietà sociale e responsabilità collettiva, può sopravvivere solo se gli Europei sapranno riformarla, senza peraltro cedere alla suggestione del modello americano, che non a caso Obama vorrebbe europeizzare.
Per contrastare l’egemonia di un liberismo che si propone di demolire le conquiste sociali del ‘900, nella convinzione che questo è un passaggio necessario per la crescita, bisogna fare riferimento a una visione della vita che metta al centro di ogni scelta la dimensione umana della città, ricordando tuttavia che i diritti vanno costruiti sul doveri, sull’assunzione di concrete responsabilità. È necessaria una rivoluzione culturale: il mercato non è tutto, l’economia deve essere pensata a servizio dell’uomo, anche delle persone che non hanno alcun peso nella logica del mercato. Se si imbocca questa strada, si deve riconoscere che la bussola nella navigazione di chi vuole costruire un sistema economico efficiente e giusto è una visione cristiana della vita.


Giuseppe Ladetto - 2012-03-30
E’ vero che non esiste un solo modello di capitalismo. C’è ne sono almeno due: quello “americano” o “anglosassone” fondato sull’individualismo, sullo strapotere del mercato finanziario e sulla massimizzazione del profitto a breve (e non sarà certo Obama a mutarlo nella sostanza); e c’è quello “europeo”, o meglio “renano”, fondato sull’economia sociale di mercato. Qui la pluralità degli attori dell’attività economica, unitamente all’intreccio dei soggetti societari proprietari delle grandi imprese (banche, assicurazioni, fondi legati all’impresa o collegati ai sindacati), limita il prevalere del mercato finanziario consentendo alle imprese strategie economiche a lungo termine; le imprese, inoltre, sono in costante dialogo con la comunità esterna all’azienda, con i poteri regionali e locali e con la società civile. Bisogna, però, riconoscere che oggi il modello “anglosassone” si è imposto sulla scena planetaria, e il modello “renano” è stato messo ai margini o fortemente ridimensionato. Nella Comunità europea, a partire dai suoi vertici, e nella Bce, è il modello liberista “anglosassone” ad imperare, malgrado siano più che mai evidenti i guasti che esso produce sul piano sociale ed ambientale. Anche la famosa lettera della Commissione europea all’Italia è ispirata a queste logiche liberiste e quindi anche la linea politico-economica del Governo Monti, che recepisce tali indicazioni, si caratterizza in questa direzione. Perché il modello “americano” si è imposto? Non basta a spiegarne l’avvento il richiamo al ruolo di Reagan e della Thatcher. Luciano Gallino scrive (in Finanzcapitalismo, Einaudi) che l’ideologia neoliberale (usa il termine liberale invece di quello di liberismo perché si tratta di qualche cosa che va ben oltre la dimensione dell’economia) ha penetrato ogni ambito della società fino a modificare la natura stessa delle persone. Il suo successo è frutto di una lunga serie di fatti che a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso hanno dato vita ad una vera e propria egemonia culturale alla quale non si sono sottratti neanche i partiti progressisti i cui progetti politici sostanzialmente non si differenziano più da quelli delle forze conservatrici. Infatti ad aprire la porta alla indisturbata circolazione dei capitali e alla loro deregolamentazione non sono stati solo Reagan e la Thatcher, ma anche Mitterand, Delors, Khol e Clinton. Il modello “renano” è proponibile oggi nel contesto del mercato globale? Seppure una tale prospettiva possa essere desiderabile, è difficile immaginare che esso, in un mercato ultracompetitivo, possa convivere con quel capitalismo di marca anglosassone che non accetta regole e in particolare quelle regole che stanno alla base dell’economia sociale di mercato. Se la globalizzazione viene considerata una condizione ineluttabile, allora non resta che piegarsi alle inevitabili conseguenze che essa comporta perché al di fuori delle logiche oggi imperanti non c’è altro modo di interpretarla e di viverla. Ma la globalizzazione invece può essere messa in discussione perché non è il risultato di processi ineluttabili, frutto dello sviluppo tecnologico e della progressiva apertura dei mercati, ma è conseguenza di scelte del grande capitale finanziario e di connesse decisioni politiche. Ce lo dicono voci autorevoli, non riconducibili ai classici no-global o all’universo antagonista. Giovanni Sartori, sul Corriere dell’8 gennaio 2011, ha scritto: ”Al globalismo vero e proprio non arriveremo probabilmente mai salvo che nei mercati finanziari, ma è possibile e auspicabile puntare a più ampi mercati relativamente omogenei……. Tra il policentrismo di milioni di villaggi e l'acentrismo della retorica globalistica, dobbiamo puntare su un mondo oligocentrico strutturato per aree di mercato a tenore di vita pareggiabile”. Mario Deaglio in Postglobal (edito nel 2004 da Laterza) mette in risalto i crescenti limiti del fenomeno. Riconosce che la globalizzazione ha manifestato degli aspetti positivi ma evidenzia gli effetti negativi non previsti (le diseconomie esterne globali) sorti ben presto. Fra questi, i crescenti guasti ambientali, l’aumento dei divari di reddito e la crescita della povertà. Da fenomeno complessivamente positivo, la globalizzazione ha mostrato, già nei primi anni del Duemila, la tendenza a produrre crescenti fenomeni negativi, mentre anche i risultati positivi raggiunti minacciavano di deteriorarsi. Poi a peggiorare ulteriormente il quadro, è sopraggiunta la crisi finanziaria ed economica in cui ancora ci troviamo immersi. Per Deaglio, sono possibili tre scenari alternativi: quello del mondo unificato sotto il potere militare, economico e culturale degli Stati Uniti d'America (garante dell’attuale processo di globalizzazione); quello dell'integrazione fra sistemi regionali che tuttavia mantengono la propria autonomia economica, politica e culturale; e quello dello scontro di civiltà immaginato da Samuel Huntington. Lo scenario più plausibile (e più positivo), per l’economista, è quello della “globalizzazione-arcipelago”, ossia l’integrazione commerciale tra paesi geograficamente prossimi e legati da vincoli storico-culturali, giacché essa presenta maggiore flessibilità e lascia spazio alle diversità. In questa prospettiva, a livello globale rimarrebbero i mercati delle materie prime e una parte della finanza, nonché le reti (trasporti, comunicazioni, internet): in tale ambito le transazioni dovrebbero essere regolate in una moneta "artificiale" corrispondente a un paniere delle valute attuali. In ogni singola "isola" (zona euro, nordamerica, nuova zona cinese, ecc.) varrebbe la libertà di commercio, che sarebbe invece sottoposta a limitazioni e accordi bilaterali tra un'isola e l'altra per quanto riguarda la gran parte dei beni di consumo e dei servizi. Pare evidente che l’Europa potrà salvaguardare la propria autonomia culturale, politica ed economica solo se sarà in grado di dare vita ad una”isola” nella quale riproporre l’economia sociale di mercato.
Rodolfo Buat - 2012-03-29
Una riflessione importante. Una sfida difficile, ma necessaria!
Carlo Baviera - 2012-03-28
Bravo Guido, come sempre! A questo punto c'è anche da chiedersi se questa Europa ha ancora senso, oppure se si deve riprendere un progetto che modifichi molte delle scelte (e delle Istituzioni) realizzate. Altrimenti siamo "panati" ed avremo un centralismo di dimensioni continentali che detterà regole per strozzare lo sviluppo dei popoli: come stiamo facendo per la Grecia!