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Convergenze parallele
 
di Stefano Lo Russo
 

Intervengo volentieri nel dibattito promosso da Rinascita popolare relativo alla questione dei Popolari nel PD. Lo faccio senza la pretesa di essere esaustivo, concentrandomi per ragioni di sintesi solo su alcune delle questioni sollevate.
Premetto che condivido le riflessioni contenute nel manifesto di “Per il Domani” discusso a Borgaro, che ho sottoscritto convintamente ritenendone i contenuti quanto mai attuali nella fase politica che stiamo vivendo.
Parto proprio da una brevissima analisi di quanto accaduto con la nascita del governo Monti. Una fase nuova, che ha impresso un’accelerazione fortissima all’evoluzione della politica italiana, da 17 anni prigioniera di una contrapposizione personalistica che ha determinato nella “seconda Repubblica”, la formazione di partiti, alleanze e programmi. Un’accelerazione che si è sviluppata principalmente a causa della criticità economica internazionale e che ha trovato nel PD un partito serio e responsabile che ha saputo anteporre gli interessi del Paese ai propri.
La situazione nazionale è variabile e gli scenari politici che si aprono sono difficilmente decifrabili. Individuare chi sarà il nostro futuro candidato premier nel 2013, e soprattutto con quale coalizione andremo al voto, è oggi un rebus di difficile soluzione.
Ora, in questa nuova stagione, incerta e affascinante al tempo stesso, è evidente che il tema della prospettiva del Partito democratico nella riorganizzazione del quadro politico di questo Paese diventa prioritario.
Ed è in questa cornice che credo debba essere collocata la riflessione relativa al ruolo dei cattolici popolari nel PD. Su questo punto specifico, per brevità, mi limiterò al livello locale, pur convinto che molti dei “problemi di prospettiva” palesati da alcuni amici in questo momento siano certamente dovuti a permanenti difficoltà nazionali.
Forse con la sola eccezione delle primarie connesse alla sua fondazione nel 2007, il PD ha visto i cattolici democratici piemontesi – fino ad allora organizzati nella Margherita in almeno due correnti – presentarsi ai vari appuntamenti interni in schieramenti elettorali diversi. Cito solo le vicende del Congresso PD del 2009, in cui molti amici hanno sostenuto alla segreteria regionale del partito Cesare Damiano contro Gianfranco Morgando dando vita ad una corrente – “Area democratica” – con tanto di organigrammi nazionali e regionali o, più recentemente, quando molti amici hanno sostenuto convintamente Piero Fassino contro il popolare Davide Gariglio alle decisive primarie per la corsa a sindaco di Torino.
Momenti in cui l’area cattolica del PD torinese, a partire da alcuni tra i suoi più influenti leader, non ha pensato a rimanere compatta per contare di più numericamente ma si è divisa – a mio modo di vedere legittimamente – su piattaforme politico-programmatiche differenti, non certo per ragioni di mera convenienza personale. Oggi queste vicende sono largamente superate, sia nel partito sia al Comune di Torino, ed è molto positivo che vi sia stata una capacità di molti di guardare oltre, superando divisioni e incomprensioni per camminare insieme nel partito e nelle istituzioni.
Il problema, oggi, non credo sia quindi quello di dare vita a una corrente identitaria di Popolari nel PD torinese quanto piuttosto quello di contribuire, ciascuno nel proprio ruolo, a definire una prospettiva per il PD nell’attuale contesto politico.
È chiaro che in un momento di difficoltà e di incertezza, la cosa più semplice e immediata da fare sarebbe quella di rifugiarsi in una ricerca identitaria che guarda a un rassicurante passato che non c’è più. Ed è del tutto evidente che questa tendenza percorre in questi mesi anche una parte di chi proviene dall’esperienza dei Democratici di Sinistra, che si sta interrogando, con convegni e dibattiti, sulla necessità di ricomporre nel PD un’area omogenea, culturalmente schierata a sinistra, costituita da ex DS.
Per una bizzarra circostanza, non si può non notare che le argomentazioni utilizzate a sostegno di queste due tendenze sono analoghe e speculari: da un lato si suppone che la riorganizzazione popolare sia l’unica via possibile per fronteggiare la deriva affarista ed egemonica del PD, saldamente in mano agli ex DS; dall’altro fronte si lamenta un’eccessiva presenza di esponenti non diessini nelle posizioni di guida del partito o delle istituzioni, non supportata da corrispondenti “numeri” nel partito. E, in entrambi i casi, la ragione di questi due supposti “mali” sarebbe la frammentazione delle case originarie di provenienza che – prosegue il ragionamento simmetrico – vanno quindi ricomposte. Non credo sia quindi un caso se negli ultimi mesi, intorno a questi due disegni, si è assistito al proliferare di strane “convergenze parallele” nel dibattito interno del Partito, soprattutto a Torino.
Ritengo entrambe queste prospettive, marcatamente identitarie, sbagliate rispetto al progetto politico e culturale che ha dato vita al PD. Entrambe pericolose per la sopravvivenza stessa del partito e del centrosinistra. Rilevo peraltro che tra i sostenitori di queste tesi, allo stesso tempo contrapposte e sinergiche, vi sono anche alcuni che avevano sostenuto tra i primi le ragioni fondative del PD e del “meticciato” culturale, e che adesso deduco abbiano cambiato idea.
Il tempo che ci attende forse aiuterà a chiarire le questioni.
Occorre però essere consapevoli che alcuni amici potrebbero vedere nel raggruppamento centrista clerico-moderato che si sta formando intorno a Casini lo sbocco ad alcune criticità che ancora permangono nel PD, così come sarà possibile che altri democratici vedranno in SEL la prospettiva di una sinistra capace di rappresentare, meglio del PD, le istanze dei ceti popolari e di declinare un modello di sviluppo moderno e alternativo a una supposta “deriva neo-centrista” del partito.
Io vorrei lavorare perché questo non accada, perché il PD torni ad essere attrattivo per elettori e militanti e possa continuare a rappresentare il nucleo di un centrosinistra riformista capace di disegnare un nuovo futuro per il Paese. Un PD che continui a rappresentare anche la casa di tutti coloro che, ispirandosi alla Dottrina sociale della Chiesa Cattolica, vedono nella tutela delle fasce deboli e nell’economia sociale di mercato la prospettiva del loro impegno politico.
Ritengo che per fare questo salto di qualità nel PD occorrano alcune condizioni su cui, però, c’è ancora molto da lavorare. Ne cito tre. La prima, la voglia di confrontarsi con i propri amici e compagni di partito senza pregiudizi, stando sempre al merito delle questioni politiche e amministrative e non alle casacche indossate. La seconda, riscoprire il significato di termini come sobrietà, rigore morale e onestà nell’azione politica e amministrativa. La terza, la capacità di dire delle cose cercando delle sintesi alte, con un metodo di mutuo riconoscimento della dignità delle posizioni e delle piattaforme valoriali altrui; non in una logica di trattativa muscolare, in cui peraltro – prevalendo sempre i numeri – non è detto che si riesca a far valere la bontà delle proprie posizioni. Sarà più faticoso, ma credo sia anche questo un corretto modo di intendere la laicità in politica. Laicità nell’azione e nel pensiero a cui anche la Chiesa ha sempre richiamato i cristiani impegnati nella società e che, peraltro, ha fatto grande l’esperienza dei cattolici impegnati in politica nella storia di questo Paese.


Fernando Ricciardi - 2011-12-15
Dopo aver letto gli interventi di Risso, Merlo, Lepri, Lo Russo e altri amici e dopo l'incontro di Borgaro, mi permetto di portare un modesto contributo alla discussione in corso. Era inevitabile che alla nascita del PD, ognuno, in base alla provenienza cercasse di far contare le proprie posizioni. Diceva Ciriaco De Mita nel 2006 (sembra un secola fa): "C'è un detto nei DS: pensano che la novità sia la continuazione della loro storia". E' una caratteristica presente anche negli ex DC ed è questo il motivo principale, secondo me, che ha portato allo sparpagliamento. Chi poi dopo aver appoggiato o aderito ad uno degli schieramenti nati nella seconda Repubblica non ha avuto la pazienza di aspettare il proprio turno si è fatto un partito o un gruppo per conto suo, alla faccia del maggioritario che li doveva ridurre... i partiti. Quando le ambizioni sono superiori alle capacità, giocano brutti scherzi anche a chi ti sta insieme. Condivido Stefano Lepri quando dice che il problema relativo al documento di Borgaro non è sottoscriverlo ma metterlo in pratica, anche perchè chi accusa i cattolici democratici del PD di poca incisività dovrebbe voltarsi un attimo indietro e prendere atto che ultimamente la Chiesa di Roma e non solo è stata la sintesi delle tentazioni che Lepri citava nel suo intervento dei giorni scorsi. Solo adesso che è venuto meno l'utilizzatore finale si sta lentamente spostando verso posizioni centriste occupate peraltro da personaggi così attenti verso la famiglia che ne hanno più di una. Questo tanto per citare un esempio. Non vedo molte strade percorribili al di fuori del PD, mettendoci bene in testa tutti che nella situazione in cui ci troviamo saremo costretti a seminare molto e a raccogliere poco. In questo contesto, apprezzo lo sforzo fatto da Alessandro Risso finalizzato all'interno del Partito a far vincere una politica soprattutto ONESTA. Condivido anche l'opinione di Giorgio sul rafforzamento dell'area popolare nel PD indipendentemente dalle modalità operative. Se i postulati sono questi mi trovo d'accordo ricordando però agli amici che gestiscono una cosa fondamentale e la dico in termini economici e non spirituali: "Sono pronto quando vengo chiamato a socializzare le perdite; gradirei essere coinvolto anche quando ci sono da dividere gli utili". Auguri a tutti per le prossime festività.
Marco Verga - 2011-12-12
Molto valide e condivisibili le affermazioni di Stefano. Proprio in questo momento così difficile per il nostro paese è opportuno che si ritorni a dare il giusto significato alla parola politica. Il confronto poi fra idee anche diverse non può che aiutare nella maturazione di un pensiero plurale, moderno e vicino alle esigenze di una società sempre più complessa.
Pietro Gobbo - 2011-12-12
Concordo pienamente con le riflessioni di Stefano. Aggiungo che a mio parere l'attacco speculativo di natura non solo economica ma anche politica contro il nostro Paese, debole per il debito pubblico e per il disastroso decennio berlusconiano-leghista, e contro l'Euro, costringe tutti a fare i conti con una realtà drammatica dal punto di vista sociale. Ci aspettano mesi molto duri in cui però, come si vede in questi giorni, non esistono, o non dovrebbero esistere, soluzioni "uniche", che tutti devono "responsabilmente" appoggiare. Cerchiamo di non farci prendere dall'emergenza e torniamo a fare politica, seppur con i vincoli che ben sappiamo. Soprattutto in vista delle elezioni del 2013 e dei prossimi cinque anni di governo. Il PD, se non saprà rimanere unito e rafforzare la propria leadership, "contrattando" con il governo Monti politiche più eque di quelle viste fino ad ora, rischia seriamente di morire e sfasciarsi, stretto tra le sirene centriste e quelle vendoliane. Continuare a ragionare con le vecchie categorie significa non vedere i cambiamenti avvenuti e soprattutto quelli in atto. Anche il dibattito intorno a questa manovra economica tanto necessaria quanto, a mio parere, iniqua e di stampo liberista, dimostra che nel nostro partito le divisioni sono sempre più fra coloro che vogliono un PD a vocazione progressista e punto di riferimento maggioritario per un'uscita dalla crisi attraverso una Politica davvero riformista e alternativa con un rigore funzionale a sviluppo ed equità, e coloro che invece condividono scelte che portano ad una "americanizzazione" (privatizzazione del welfare, pensioni, sanità e beni comuni). I cattolici sono chiamati necessariamente a schierarsi e scegliere fra modelli politici diversi e alternativi e non certamente a chiudersi in ipotesi falsamente "identitarie".
franco maletti - 2011-12-12
Troppi "galli" nel pollaio si preoccupano più del loro futuro e dei loro interessi personali che dell'organizzazione del Partito. Un Partito che attraverso le discussioni e i dibattiti individua e seleziona la futura classe dirigente a prescindere dal falso consenso creato dai "portatori di tessere". Un Partito che esprime e propone i candidati dal suo interno e non dal deviante populismo delle primarie. Un Partito che fa da "scuola" per le future generazioni, e non da raccolta indifferenziata di politicanti d'accatto. Un Partito che si mantiene attraverso i propri iscritti e ai quali risponde del proprio operato: l'esatto contrario di quel "comitato elettorale" voluto da Veltroni e causa dei tanti problemi e fraintendimenti di oggi.
Fabio Chiatti - 2011-12-12
Molto d'accordo. Troviamo, o meglio, riscopriamo la nostra identità e non guardiamo a chi ci circonda: noi dobbiamo rappresentare il perno, il cardine e non dobbiamo essere noi a inseguire SEL, UdC e altri... se il nostro progetto sarà valido, saranno poi gli altri partiti a cercarci. Il PD ha comunque insita in sé una vocazione maggioritaria.