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Ricomporre si può. Se si vuole
 
di Giorgio Merlo
 

Il dibattito che si è aperto dopo il recente convegno di Borgaro è di grande interesse ed evidenzia la necessità di proseguire il confronto nella variegata area popolare e cattolico-democratica che ha investito sin dall’inizio nel progetto politico del Partito democratico. Un confronto che richiede pazienza, equilibrio e disponibilità alla mediazione. Categorie, del resto, abbastanza comuni nel nostro dna politico e culturale.
Ora, dopo gli interventi di Alessandro Risso e Stefano Lepri, credo che possiamo fissare tranquillamente due paletti di fondo.
Innanzitutto non esiste uno scenario di irreversibile divisione nell’area popolare tra le opinioni che sono state espresse. La necessità di ridare fiato, vigore e maggior visibilità politica e progettuale all’area popolare nel PD è condivisa da tutti. Nessuno escluso. Su questo aspetto non ci sono differenze né primogeniture da rivendicare. Semmai, quello che va approfondito è la modalità concreta di come tradurre questa esigenza – sentita da molti, se non da tutti – in un fatto politico concreto. E cioè, corrente organizzata? Presenza solo dei Popolari? Elaborazione autonoma ed esclusiva? “Mescolanza” con altri diversi da noi? Francamente non mi pare che ci si possa dividere sempre e solo sulla tattica. Se il problema è solo questo, è facilmente superabile.
In secondo luogo dobbiamo stare attenti a non riproporre un “laboratorio” di sapore neoconfessionale o seccamente neoidentitario, che innescherebbe una reazione speculare. Questo approccio non appartiene alla nostra cultura e al nostro stile. Donat-Cattin ci ha sempre insegnato che la politica è laica, profondamente laica. E i contenuti che si propongono sono frutto di una cultura ispiratrice ma, per essere veri e fruttuosi, devono venir sempre condivisi dal maggior numero possibile delle persone. Quindi la laicità dell’azione politica da un lato, e le iniziative e le proposte politiche non riconducibili solo al nostro “recinto” dall’altro, sono i due obiettivi cui dobbiamo sempre tendere.
Ma anche su questo versante non mi pare di cogliere dalla parole di Alessandro e di Stefano delle profonde inconciliabilità. Va detto, e su questo Lepri giustamente insiste, che un rinnovato protagonismo politico e progettuale dei Popolari nel PD non può essere “frenato” da alleanze interne innaturali o incomprensibili. Ma anche su questo tasto spetta a noi, e soltanto a noi, saper declinare laicamente il nostro patrimonio culturale e politico senza genuflessioni o timidezze verso altre esperienze presenti all’interno del partito.
Insomma, senza essere accusato di “pontiere”, vorrei concludere con un auspicio e una speranza. L’auspicio è che la grande “famiglia” popolare e cattolico-democratica ritrovi la forza e l’umiltà per rimettersi insieme organicamente senza steccati e senza la cultura del “recinto”, ma aperta agli altri in un clima di confronto costruttivo e sereno. La speranza è che questo necessario dibattito non duri eccessivamente. E questo non perché non creda nel confronto. Anzi. Ma per il semplice motivo che, se non si decide rapidamente, rischiamo di disperdere un enorme patrimonio in dispute interessanti ma il più delle volte autoreferenziali e lontane dalle reali esigenze del partito in cui militiamo e delle istanze della società.