Stampa questo articolo
 
Il dibattito di Borgaro
 
“Per il Domani” ha fatto discutere sul futuro del Partito democratico
 

Sabato scorso si è tenuto a Borgaro l'incontro sul futuro del Partito democratico promosso dal gruppo “Per il Domani” che ha radunato un centinaio di persone, di cui molte – oltre la metà – legate all'esperienza dei Popolari.
Il dibattito è stato introdotto da una relazione di Alessandro Risso che ha illustrato le motivazioni del percorso iniziato con la diffusione del manifesto politico sul futuro del PD. I passaggi della relazione si possono sintetizzare così: ha indicato un percorso che parte da una analisi lineare: 1) Il PD è un progetto valido, ma attuato con incertezze e ambiguità; 2) la personalizzazione della politica e la frantumazione in gruppi e gruppetti stanno uccidendo i partiti e il PD in particolare; 3) il PD, per sopravvivere e vincere, deve rilanciare il suo progetto richiamando le ragioni fondative di partito “plurale” (animato dallo “spirito dell’Ulivo”); 4) la proposta di “Per il Domani”, che nasce da una riflessione tra un gruppo di Popolari torinesi, è aperta a tutti coloro che si riconoscono nel modello di partito delineato nel manifesto, e che vedono il pericolo delle quattro “derive (laicista, egemonica post-comunista, dorotea-affaristica, tecnocratica); 5) per costruire un PD vincente c’è bisogno del contributo di ciascuno – che attingerà ovviamente dal proprio prezioso bagaglio di cultura ed esperienze – indipendentemente dalla sua provenienza.
Ne è seguito un ampio e significativo dibattito.
Il primo intervento di Stefano Lepri è stato importante per per far capire ai presenti la posizione alternativa nel dibattito che anima negli ultimi tempi i Popolari torinesi riguardo all’impegno nel PD. Lepri, preoccupato per la “deriva egemonica”, vede tutte le difficoltà per riuscire ad applicare nel partito e nelle istituzioni i principi enunciati dal manifesto – che lo trovano sostanzialmente favorevole – e ritiene che la “mescolanza” comporti più rischi che vantaggi. Propone così una iniziativa identitaria nel PD, nell’intenzione di riunire tutti i cattolici democratici e resistere meglio alle diverse “derive”.
Lepri, relatore a un concomitante convegno sulla sanità, è dovuto andar via subito senza poter ascoltare i successivi interventi che si sono espressi sulle due prospettive.
A “Per il Domani” hanno aderito persone che Popolari non sono stati e non avrebbero intenzione di diventarlo. Tra questi Fabio Chiatti, giovane consigliere comunale di Ciriè, che vorrebbe “non sentire parlare di ex-qualcosa, ma solo di democratici” e Luca Calorio dei Giovani democratici, secondo cui “issare un vessillo identitario porta inevitabilmente ad escludere persone che potrebbero incontrarsi e lavorare insieme per il PD”. Concetto poi ribadito da Luciano Rivoira, “vecchio comunista” torinese. Il rilancio del PD deve avvenire senza “ergere steccati o essere contro qualcuno, ma proponendo, come si è fatto, un percorso positivo” (Paolo Biavati, assessore di San Maurizio). Perché “chi come noi intende impegnarsi sino in fondo nel PD deve cercare di unire” (Luigi Margaria, ex sindacalista CISL), per contribuire a “costruire una nuova identità democratica che ha nella laicità un valore fondativo” (Stefano Lo Russo, capogruppo PD al Comune di Torino).
Il consigliere provinciale Roberto Cavaglià – che ha dato pubblica adesione al manifesto proponendo di rimarcare l’attenzione ai temi ambientali e di difesa della vita a tutti i livelli – ha sostenuto che per costruire il partito delineato nel documento “non si può lavorare divisi, e bisogna dialogare per primi con chi è più vicino”, pensando a chi nel PD proviene dalla comune radice culturale nel cattolicesimo democratico. Michela Favaro, in direzione regionale del PD, è poi tornata su questo punto ricordando che “i più vicini si vedono dai comportamenti e dalle scelte sui temi concreti”.
Oltre al bivio tra proposta aperta e ricomposizione identitaria, sono stati numerosi gli spunti interessanti del dibattito: le difficoltà del PD a ritrovarsi su una base comune una volta venuto a mancare il collante dell’antiberlusconismo e l’incoerenza di troppi comportamenti nelle prassi di partito (Franco Maletti di Grugliasco e Fernando Ricciardi di Rivarolo); l’assoluta necessità di portare il dibattito politico sui temi concreti (Gianni Rossetti di Torino), con attenzione a quelli dei diversi territori (Claudio Bianco, sindaco di Front), pur se si riscontra “un preoccupante deficit di competenza nella politica” (Roberto Giardino di Balangero).
Il segretario regionale del PD Gianfranco Morgando, nel suo intervento che ha concluso l’incontro, ha elogiato “il metodo positivo di discutere scrivendo delle cose, un buon esempio di prassi politica”, e non si è sottratto ad esprimere un giudizio netto sul nodo politico affrontato nel dibattito: “Quando si è costituito il PD pensavo che sarebbe stato meglio procedere con una federazione di partiti. Con il tempo ho cambiato idea: oggi chi pensa alla federazione di identità diverse nel PD, ne decreta la fine”. La grande sfida del PD consiste nel “costruire una sua propria cultura identitaria. La competizione è aperta e nessuno deve sentirsi battuto in partenza”.
Morgando, il cui ruolo di segretario politico rende inopportuna qualunque adesione formale a iniziative di “corrente”, visti i contenuti del manifesto è stato comunque esplicito: “Consideratemi dei vostri”. E ha esortato i presenti a continuare in questo impegno: “Abbiate obiettivi grandi”. Evidentemente c'è tanto bisogno di Politica. La maiuscola non è un caso.


Efisio Bova - 2011-12-01
Non ho sottoscritto il manifesto, pur condividendone alcuni passaggi, perchè non l'ho ritenuto uno strumento adeguato ai tempi. Sintetizzo il mio pensiero su tre aspetti, come contributo, spero stimolante, al dibattito a) A proposito di  PD: Con l'uscita di scena di Berlusconi si è concluso un ciclo che ha avuto come perno il "bipolarismo", un vero e proprio dogma che ha sovrastato la politica per quasi un ventennio: curiosamente era l'unico punto su cui destra e sinistra si trovavano perfettamente in accordo. Doveva essere lo strumento per "civilizzare" la politica italiana ed avere finalmente governi in grado di durare e di decidere, un ricambio della classe politica, una maggior etica pubblica... e invece sappiamo bene come sono andate le cose. In sintesi: governabilità e qualità della classe politica non sono correlate al bilpolarismo. In questo senso l'idea del PD è ormai vecchia e superata: è figlia di un esperimento di laboratorio durato 17 anni che pero' è miseramente fallito. Non ha funzionato nemmeno come baluardo del berlusconismo e dalla sua nascita non ha fatto che perdere voti. Espressioni come  "sintesi delle culture" etc. etc. sono solo retorica vuota e distante della realtà. L'unico processo reale (e positivo) che sta avvenendo è il travaglio interno alla sinistra che si sta evolvendo in direzioni diverse: semplificando molto possiamo dire che c'e' chi si muove nella direzione di Ichino e chi si muove nella direzione di Fassina. Ma in quel processo noi cattolici non ci siamo,se non come spettatori o tifosi. Nel manifesto c'e' una idea del progetto del PD ancora un po' ingenua e generica che secondo me non coglie e nemmeno sfiora la complessità della questione. Ma siamo concreti: diciamo che il PD puo' andare bene per ora come spazio di azione politica  nella speranza che arrivi qualcosa di meglio. (che è poi quello che tutti pensano ma che ovviamente non tutti possono dire). b) A proposito di cattolici in politica: con una classe dirigente frantumata dalle ambizioni personali in questi 15 anni a Torino e provincia abbiamo dato uno spettacolo indecoroso e patetico. Ci sono tanti temi sui quali in questi anni avremmo dovuto battere i pugni sul tavolo e fare delle battaglie: ad esempio cumulo degli incarichi, democrazia nella vita interna di partito, trasparenza nelle nomine, lotta all'intreccio fra affari e politica, lotta a privilegi e sprechi nella pubblica amministrazione...etc.   E invece il nulla assoluto. L' "ESSERCI" ha prevalso sull' "ESSERE". Ma davvero qualcuno pensava di commuoverci fino alle lacrime con l'ennesimo frullato di belle parole ed un elenco (generico) di intenzioni? In politica, come nella vita, conta quello che si e' fatto... non quello che si dice che si fara'. c)  Ma allora che fare? (La cospicua pars destruens rende necessaria una adeguata pars construens.) Nei miei corsi sul cambiamento parto sempre da un principio: "se si continua a fare quello che si è sempre fatto, si otterranno i risultati che si sono sempre ottenuti". Se, come ogni anno ci ritroviamo non a gestire la crescita ma a cercare sempre di rilanciare, rianimare (a volte anche riesumare)... vuol dire che dobbiamo fare qualcosa di diverso. A chi ha responsabilità nel partito suggerisco di lasciare perdere i manifesti e iniziare a raccontare che cosa è stato fatto di concreto e che cosa si intende fare di concreto: cosi' uno capisce subito se vale la pena perderci del tempo. Ci sono migliaia di cittadini che attendono solo questo dalla politica per mettersi in gioco con passione. Ai militanti suggerisco di aiutare la politica (e i politici) ad uscire dalla genericità iniziando a non accontentarsi del solito fumo (che si fa piu' denso in prossimità di elezioni) e a pretendere impegni precisi su temi precisi. Le domande specifiche sono sempre un buon modo per esaltare quelli bravi e competenti e mettere in crisi quelli "scarsi". Non penso che siano necessari i "Renzi" per rinnovare la politica: basterebbe avere militanti piu' esigenti.