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Elogio del proporzionale
 
di Alessandro Risso
 

Abbiamo verificato in questi anni il fallimento del bipolarismo all’italiana, nato dalla presunzione di far indossare un abitino preconfezionato, magari in stile inglese o americano, al complesso corpo elettorale del nostro Paese. Per inseguire il bipolarismo, che alcuni hanno sperato si trasformasse in bipartitismo, siamo passati dalla decina di partiti che rappresentavano le grandi “famiglie politiche” (democristiani, comunisti, socialisti, liberali ecc.) ai trenta e passa che si sono coagulati intorno a leader nazionali o a “famiglie locali” (vedi ad esempio i coniugi Mastella). La frammentazione del quadro politico – da non confondere con la pluralità – rimane un male da evitare. Prendiamo però atto che la “seconda Repubblica”, maggioritaria e bipolare, ha peggiorato il problema: più frammentata, più clientelare, più scadente nella selezione della classe politica.
Scordiamoci poi che il bipolarismo abbia fallito per colpa dell’anomalia Berlusconi: è l’anomalia Berlusconi ad esser stata favorita dal bipolarismo. Per uscire da questo fallimentare bipolarismo – che tra l’altro ha ridotto la coesione politica e sociale del Paese – occorre eliminare il sistema elettorale maggioritario, e non solo nella forma degenerata del “porcellum”. Ho già avuto modo di argomentare queste tesi (vedi l’articolo “I guasti di maggioritario e bipolarismo”, ndr) ed è ora di passare dalla critica alla proposta.

Avendo alle spalle una cultura politica ultracentenaria, per i Popolari non è difficile individuare la rotta per una riforma solida e adeguata ai tempi. Basta riprendere il pensiero di Sturzo. Il fondatore del Partito popolare sosteneva la superiorità morale del sistema proporzionale, capace di “migliorare i nostri costumi politici, rendere meno facile la corruzione elettorale, orientare il corpo degli elettori verso correnti di partito invece che verso interessi personali, togliere in gran parte al deputato le pressioni dei favori personali che egli riversa a ritmo continuo ai ministri amici per avere le solite letterine di melliflue promesse che si risolvono in una vendita di fumo per gabbare e tenere quieto l’elettore; tanto di guadagnato per tutti quelli che desiderano che il mandato politico non sia prostituito e ridotto al rango di una agenzia di affari. (…) Con la rappresentanza proporzionale ogni cittadino sa di poter valere ancora qualche cosa attraverso i partiti che rappresentano il programma di una collettività al di sopra di interessi personali”.
Queste parole si commentano da sole e mantengono una sconcertante attualità. Capisco però che non basti il “lo ha detto Sturzo” per auspicare un rapido ritorno al proporzionale. Si possono allora aggiungere altre considerazioni.
Ogni sistema elettorale determina in gran misura il quadro politico di una nazione e condiziona pesantemente i rapporti tra partiti. Bisogna scegliere il più adatto alle caratteristiche culturali, storiche e sociali di ogni territorio, soppesando le due esigenze ineludibili della rappresentanza democratica e della governabilità. Perciò in un Paese complesso e disomogeneo come l’Italia, il fatto di puntare su un sistema che rappresenti ragionevolmente tale complessità – territoriale, sociale e politica – è la prima garanzia della tenuta democratica e della coesione sociale della nazione.
Qui già sento il solito ritornello dei dubbiosi: il proporzionale garantisce la rappresentanza ma rende difficile la governabilità. Può essere vero per il proporzionale che abbiamo sperimentato nella prima Repubblica, quello con grandi circoscrizioni elettorali – ad esempio Torino, Vercelli (con Biella) e Novara (con il VCO) – e recupero nazionale dei resti. Con l’1% dei voti si esprimevano deputati. E comunque questo sistema generava “solo” una decina di partiti.
Se pensiamo che siano troppi, si possono benissimo ridurre “naturalmente” con il proporzionale. Basta definire circoscrizioni elettorali ridotte, a base provinciale o pluriprovinciale, dove eleggere non più di 10/15 parlamentari, senza recupero dei resti. Per eleggere un deputato sarebbe quindi necessario un consenso significativo, intorno al 10% dei voti nel caso di dieci candidati da eleggere, intorno al 7% se fossero una quindicina. Senza bisogno di soglie di sbarramento si ottiene il risultato di evitare la dispersione dei voti su partiti con limitato consenso. Così avviene in Spagna, dove si elegge una media di 7 deputati per ogni circoscrizione (dai 35 di Madrid all’unico di Ceuta e Melilla) e la governabilità in 34 anni di democrazia è sempre stata assicurata senza problemi in capo a uno dei due maggiori partiti. Inoltre il sistema iberico ha permesso di assorbire nel gioco democratico agguerrite formazioni locali, come quelle delle Province Basche. In Italia non avrebbero problemi a mantenere la rappresentanza formazioni politiche con buon radicamento in un determinato territorio (Union Valdotaine o Sud-tirolesi ad esempio, e la stessa Lega Nord nelle roccaforti padane), mentre sarebbero ininfluenti le liste clientelari o farlocche.
Tutelati i partiti con significativo consenso locale, il proporzionale favorirebbe i partiti nazionali, cioè portatori di una visione di governo e di istanze generali. Se nella prima Repubblica le diverse proposte politiche erano molto condizionate dall’ideologia, oggi, in una società globalizzata alle prese con la crisi, una piattaforma di governo – si spera ancora legata a visioni ideali – dovrà sempre più esplicitarsi in un programma di punti concreti e pragmatici.
Anche in questo ci sarebbe un miglioramento rispetto all’attuale bipolarismo. Da vent’anni gli Italiani votano “contro”: contro Berlusconi e la sua corte, oppure contro i “comunisti” che “vogliono mettere le mani nelle tasche dei cittadini”. I problemi concreti e le ricette di soluzione sono stati secondari, nella foga di ottenere quel voto in più che permetteva di prendere tutto. Il maggioritario e il bipolarismo all’italiana hanno quindi esaltato gli estremisti, indispensabili per vincere contro il “nemico”, e mortificato il confronto programmatico, fuori e dentro il Parlamento. Il proporzionale comporta il dialogo, la ricerca dell’intesa. Non spacca il quadro politico ma tende ad unire. È più allineato ai nostri principi costituzionali, che mirano a un sistema condiviso. La logica della “maggioranza pigliatutto”, unita al presidenzialismo strisciante indotto dal leader mediatico, ha logorato in questi anni la nostra democrazia. Scalfaro, Ciampi e Napolitano hanno fatto del loro meglio per difenderla, ma i guasti ci sono. L’esigenza di ricostruire il tessuto di valori condivisi, indispensabile per affrontare gli anni difficili che ci attendono, fa certamente preferire il più “moderato” proporzionale all’“esasperato” maggioritario. La politica, quella vera, ha bisogno del dialogo e del confronto tra le persone e le forze politiche più ragionevoli, specie in congiunture difficili come quella che stiamo vivendo.
Infine un’opinione sulla scelta degli eletti. Deve ritornare ai cittadini, e l’unico strumento possibile è quello della preferenza, anzi, delle preferenze multiple (sull'argomento vedi il precedente articolo “I guasti della preferenza unica”, ndr). Proprio il ritorno alle preferenze è uno spauracchio agitato dai sostenitori del maggioritario. La preferenza comporterebbe spese folli per “farsi conoscere” o, peggio, per “comprare voti”, aprendo anche la porta a inquinamenti di tipo mafioso. Non pare che questi rischi siano stati eliminati con il maggioritario, dove i candidati nei collegi uninominali sorridono a tutti coloro che possono portare il voto necessario a vincere, senza preoccuparsi più di tanto della qualità o della limpidezza del voto. Né il Parlamento degli eletti con l’uninominale né tanto meno il Parlamento dei “nominati” si sono dimostrati più validi dei Parlamenti degli eletti a preferenza. Il numero dei parlamentari inquisiti è notoriamente superiore nella seconda Repubblica rispetto alla prima. Noto poi con stupore che spesso i nemici della preferenza, fautori del collegio uninominale, sono anche sostenitori delle primarie. Come se le primarie non fossero una corsa alla preferenza, con spese e rischi clientelari conseguenti…
Di certo non sono ammissibili né spiegabili campagne elettorali da centinaia di migliaia di euro. E neppure da decine di migliaia… Come limitarne le spese, che comportano inevitabilmente delle opacità? Già le circoscrizioni ridotte all’ambito provinciale sarebbero più facilmente gestibili e meno dispendiose. Si potrebbero poi prevedere obblighi di trasparenza per tutte le spese sostenute, che rappresenterebbero già un bell’incentivo al loro contenimento.
In questi giorni si stanno raccogliendo le firme per un referendum che, abrogando le peggiori norme del “porcellum”, ci possa riportare al “mattarellum”. Si migliora, passando dal “pessimo” al “cattivo”. Sarebbe però il caso di avviare una forte iniziativa politica per un ritorno al sistema proporzionale, più rispondente alla complessità italiana, più idoneo a costruire intese di governo e a selezionare la classe dirigente del Paese.


Aldo Cantoni - 2011-09-26
Grazie per la chiarezza. Condivido in toto. Suggerisco le due preferenze, che attenuano la lotta di tutti contro tutti e al tempo stesso sono insufficienti per controllare i votanti con stile mafioso. Negli ultimi anni e solo a parole qualche politico un po' più noto è arrivato ad esprimere in televisione proposte in linea con l'articolo di Risso, ma sempre è immediatamente calata la congiura del silenzio. La ragionevolezza alla Risso disturba la "casta"....
Mario Gassino - 2011-09-24
Sono favorevole al proporzionale e a molte considerazioni di Risso. Non sono però convinto che sia meglio favorire i forti partiti regionali con il sistema spagnolo piuttosto che dare rappresentanza a tutti i partiti nazionali che raccolgono un consenso significativo superando una soglia di sbarramento del 5%, come nel sistema tedesco. Valdostani, sudtirolesi, sardisti ecc. potrebbero trovare il necessario spazio nel Senato delle Autonomie, una volta superato il bicameralismo perfetto.
Beppe Mila - 2011-09-21
Condivido e sottoscrivo completamente, inoltre mi complimento per come si è spiegato un concetto complesso quali le modalità di elezione dei deputati in modo semplice e comprensivo. Detto ciò, però condivido purtroppo anche il pessimismo di Maletti e non vedo al momento, grazie ad una serie continua di ubriacature collettive, spazio per cambiare le cose.
Rodolfo Buat - 2011-09-21
Condivido i contenuti e l'argomentare.
giuseppe cicoria - 2011-09-20
Concordo totalmente con le tue idee. Aggiungo che i cittadini dovrebbero escludere dalle loro scelte quei partiti che fanno riferimento ad una persona (leader) orientandosi verso quelli che hanno uno "straccio" di ideologia conclamata! Abbiamo visto che i "leader" provano a diventare "dittatorelli" e, poi, quando invecchiano si rifugiano nel familismo per tramandare il loro potere ai loro discendenti! Ho aderito al referendum perchè si ha un assoluto bisogno di eliminare l'attuale indegna legge elettorale. Dopo si dovrà pensare ad un sano proporzionale con eventuali sbarramenti affidandosi, si spera, ad un nuovo Parlamento composto da persone sicuramente più oneste ed eticamente migliori di quelle attuali.
Roberto Giardino - 2011-09-19
Yes!
franco maletti - 2011-09-19
Condivido pienamente. Ma non credo che attualmente sia possibile una soluzione a livello parlamentare, dato che la maggioranza dei singoli parlamentari è prevalentemente orientata a farsi gli affari propri a prescindere, nonchè a durare il più possibile nella fruizione degli attuali privilegi. Credo quindi e innanzitutto che l'adesione al referendum sia un passo inevitabile da fare se si vuole sperare di scardinare la democrazia mafiosa che ci sta governando: con un "premier" che firma contratti per gabbare gli italiani, e poi si rifiuta di andarsene anche quando il "popolo" che lo ha eletto è divenuto minoranza. Con la pretesa, oltretutto, che il suo mandato a governare per cinque anni prescinda dalle cose che si era impegnato a fare e che ha disatteso totalmente. Per non parlare dei suoi eccessi privati: che lo assorbono a tal punto da farci vergognare di essere giudicati nel mondo soltanto tramite questi ultimi. In conclusione, ritengo che una iniziativa sul proporzionale da fare oggi sarebbe prematura e correrebbe il rischio di essere affossata sul nascere.