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Il falso federalismo
 
di Alessandro Risso
 

Il governo Berlusconi-Bossi ha portato a casa, con l’ennesimo voto di fiducia, il decreto sul federalismo municipale. Chi più dei Popolari dovrebbe gioirne? Se non festeggiano gli eredi del pensiero di Luigi Sturzo, il teorico del municipalismo e paladino delle autonomie locali nell’Italia centralizzata e controllata dai prefetti, chi può farlo con cognizione di causa?
Tranquilli, tenete in frigo lo spumante. Si tratta dell’ennesima ciambella mal riuscita del governo di centrodestra, e della Lega in particolare. Cercherò di spiegarne il perché.

Il federalismo è un sistema di governo del territorio ispirato a tre principi: sussidiarietà, autonomia e responsabilità. Può essere utile definirli uno per uno.
La sussidiarietà rimanda alla riforma del titolo V della Costituzione, votata dal centrosinistra nel 2001, che ha idealmente posto il Comune alla base dell’organizzazione statale. La Repubblica italiana si fonda quindi sulla sua struttura territoriale più piccola e “a misura di cittadino”, e gli enti sovraordinati esercitano un intervento sussidiario su ambiti e questioni in cui i Comuni non possono dare risposte valide ai cittadini. A salire, prima interviene la Provincia o la Città metropolitana, poi la Regione, infine lo Stato.
L’autonomia, cioè il potere riconosciuto agli enti territoriali di decidere e intervenire nei propri ambiti di competenza, deve collegarsi alla responsabilità delle scelte e degli atti. Perché la responsabilità sia piena, occorre che ogni ente sia autonomo anche nella definizione degli aspetti economici legati alle scelte amministrative. Il federalismo fiscale dovrebbe fornire ai Comuni un alto grado di autonomia nelle entrate di bilancio per responsabilizzare al massimo nelle scelte di spesa. Il passaggio da uno Stato centralista, che distribuisce fondi della fiscalità generale a Enti locali deresponsabilizzati, a uno Stato federalista, che lascia ampi spazi di autonomia impositiva a Comuni, Province e Regioni, non crea alcuna obiezione di principio, e va salutato con favore. Così come dobbiamo essere felici per il sacrosanto superamento del criterio della spesa storica, che nei trasferimenti ha sempre premiato le “cicale”, a favore del più razionale e giusto criterio dei costi standard.
Passando però dalla teoria al concreto, occorre verificare se i provvedimenti assunti dal Governo rispondono alle intenzioni enunciate.
Tutti ricordiamo che tra i primi atti del Governo di centrodestra nel 2008 vi fu l'abolizione dell'ICI sulla prima casa, per dare attuazione a una promessa elettorale di Berlusconi. Una delle pochissime mantenute, tra l'altro. Il beneficio per un considerevole numero di cittadini si è rivelato un colpo gravissimo per la maggioranza dei Comuni, privati di circa un quarto delle proprie entrate complessive, corrispondenti a due terzi di quelle direttamente riscosse. Le somme mancanti, in teoria, avrebbero dovuto essere recuperate con un aumento del trasferimento statale ai Comuni. In pratica questo è avvenuto solo in parte per gli incerti tempi di erogazione dipendenti da Roma (i Comuni aspettano ancora il saldo del 2009) e per i forti tagli previsti da quest’anno. I Comuni hanno quindi meno, ma soprattutto hanno visto ridursi drasticamente i margini di autonomia e di responsabilità. Margini che il tanto vituperato Governo Prodi aveva deciso di aumentare con il passaggio del catasto ai Comuni: chi meglio dell'amministrazione municipale conosce il proprio territorio e può fotografare la realtà aggiornata del patrimonio immobiliare per stanare immobili non censiti, adeguare gli estimi dove necessario e applicare aliquote mirate ed eque?
La Lega non mosse muscolo all'imposizione berlusconiana, accettando il passo indietro dell’abolizione dell’unica imposta già “federalista”e contenendo il malcontento dei suoi amministratori locali. Perdente nei fatti, il Carroccio ha però rilanciato a parole creando il mito del federalismo fiscale, il suo grande obiettivo della legislatura. Con Calderoli in prima fila, prima ha costruito e approvato il contenitore della legge 42 nel maggio 2009, con due anni di tempo per riempirlo tramite i decreti attuativi. Quelli sul federalismo demaniale, su Roma capitale e sui fabbisogni standard sono già stati approvati. Anche questi contengono parti dubbie e carenti. Ma si è trattato solo dell’antipasto, poiché i decreti decisivi sono quelli sul federalismo municipale, sull'autonomia tributaria di Regioni e Province, su criteri e fondi di perequazione.

Eccoci quindi al primo fondamentale decreto sul federalismo municipale. Dà una reale autonomia impositiva ai Comuni? Li responsabilizza dal punto di vista tributario davanti ai propri cittadini?
Dalla risposta a queste domande si ricava il giudizio sul provvedimento.
Il decreto prevede una fase transitoria sino al 2013: per i bilanci comunali si tratterà di un periodo buio, avendo come unica certezza la soppressione dei trasferimenti dello Stato (circa 11 miliardi di euro annui). In cambio i Comuni hanno ottenuto lo sblocco dell'addizionale IRPEF per i Comuni che hanno l'aliquota inferiore al 4% (il 44% del totale) e compartecipazioni a tributi erariali: 30% delle imposte ipotecarie e catastali sui trasferimenti immobiliari, l’intera IRPEF sui redditi immobiliari, il 21% della “cedolare secca” sugli affitti, una compartecipazione all'IVA da definire con successivo decreto e l'imposta di soggiorno fino a 5 euro per notte nelle località turistiche.
Non si sa se tutto ciò manterrà in accettabile equilibrio le finanze locali. Si temono inevitabili tagli ai servizi e aumenti di tariffe. È previsto un fondo di riequilibrio, ma con criteri di distribuzione al momento fumosi.
Dal 2014 inizierà la fase a regime,. L'autonomia tributaria per i Comuni sarà incrementata dall'imposta municipale propria (IMUP) che di fatto sostituirà l'attuale ICI ma aumentando le aliquote, dall'imposta municipale secondaria (IMUS) che assorbirà TOSAP, pubblicità e affissioni.
Sulle tasche dei cittadini, il federalismo di Calderoli significherà più tasse per i redditi da lavoro o pensione, determinate dallo sblocco dell'addizionale IRPEF, e per le attività produttive che pagheranno sensibilmente di più con l'IMUP rispetto all'ICI. Un beneficio lo avranno i proprietari di immobili affittati grazie alla cedolare secca che sostituisce la denuncia del canone annuo nella dichiarazione IRPEF. Più il reddito è alto, più il vantaggio è sensibile. Per gli affittuari non si prevede alcun beneficio: per questo è improbabile che emergano affitti in nero a vantaggio del gettito fiscale.

Oltre all'impatto sui cittadini, ci interessa capire se i Comuni, ossatura della nostra democrazia, avranno il tanto atteso federalismo, cioè più autonomia e più responsabilità.
Anche considerando dal 2014, l'autonomia tributaria dei Comuni sarà comunque inferiore – è stata calcolata al 38% – rispetto a quella posseduta fino al 2007, quando l'ICI e gli altri tributi manovrabili rappresentavano circa il 42% delle entrate. Rispetto al criterio della responsabilità degli amministratori locali, va nella direzione opposta agire sull'IRPEF, che non dipende e non può essere controllata dal Comune, applicare la tassa di soggiorno, che va a gravare sui forestieri, riproporre l'IMUP ricalcata sull'attuale ICI, valida per le seconde case e quindi in gran parte corrisposta da non residenti. Il principio del cittadino che paga, vede ciò che si realizza con quei soldi e vota di conseguenza, viene così vanificato.
Si è scelta la strada dell'irresponsabilità, anche con effetti ingiusti e paradossali: i Comuni che negli anni hanno tutelato il paesaggio permettendo prevalentemente ristrutturazioni di qualità senza puntare su insediamenti invasivi, si ritrovano di fatto privi di entrate. Al contrario, i Comuni che hanno permesso la costruzione di condomini e palazzine a gogò hanno la possibilità di arricchirsi. Ci si affida al fondo di perequazione, dagli indefiniti criteri distributivi, chiedendogli il miracolo di aggiustare una situazione disomogenea in partenza – non solo riferita al divario Nord/Sud ma tra Comuni dello stesso territorio – e ancor più falsata dal finto federalismo festeggiato dal duo Berlusconi-Bossi.
È proprio qui il punto: si sta realizzando a colpi di maggioranza un falso federalismo, che non amplia – e anzi riduce – l'autonomia e la responsabilità dei Comuni. Per i cittadini aumentano le tasse, e le realtà municipali più deboli (i Comuni non turistici e non cementificati) non avranno le risorse per governare il loro territorio.
Benissimo ha fatto il PD a votare contro il decreto, anche se l’illustre professor Ricolfi (La Stampa del 24 febbraio scorso) pensa il contrario, accusando il partito di Bersani di essersi opposto strumentalmente e non per il merito dei provvedimenti. Come Popolari siamo abituati a valutare con obiettività programmi e scelte concrete: se tra i parlamentari del PD c'è ancora qualche seguace di Sturzo, non può che aver espresso un secco “NO” a una legge pasticciata e incoerente, che tradisce i principi stessi del federalismo.


Dino Ambrosio - 2011-03-14
Non sono d'accodo nell'auspicato trasferimento del catasto ai comuni. I comuni hanno già tante incombenze che non è il caso di dargli anche questa gatta da pelare che peraltro, essendo molto complessa e bisognosa di omogeneità metodologica con il trasferimento delle competenze tecniche ai comuni la struttura si troverebbe ad essere frammentata in mille rivoli ciascuno dei quali interpreta a suo modo le cose. Gli accertamenti si, quelli potrebbero essere, ma di fatto sono già trasferiti o realizzati con la collaborazione dei comuni. Sinceramente, non so dire se la legge sul federalismo municipale è buona o cattiva, ma visto che prima o poi sarà attuata dovremmo pensare non soltanto ad opporci ma anche a come fare per gestirla al meglio o almeno a fare in modo che dia i minori danni possibile.
giuseppe cicoria - 2011-03-09
Concordo su quasi tutto salvo che per i seguenti punti: 1) l'abolizione dell'ICI sulla prima casa è stata l'unica cosa corretta che il governo Berlusconi ha fatto. Si trattava di un odioso ed illegittimo tributo applicato sulla proprietà anzicchè sul reddito effettivo da essa prodotto. Era un vero e proprio esproprio tra l'altro escluso dai casi previsti dalle norme vigenti: presenza di guerre o catastrofi con obbligo di restituzione al termine degli eventi. Si pensi ai vedovi/e con reddito basso o decurtato dopo la morte del coniuge che occupano grandi alloggi, costretti ad indebitarsi per pagare il tributo o a vendere l'abitazione vissuta da una vita! Il mancato gettito certamente doveva essere ripianato con trasferimenti dalla fiscalità nazionale! 2) cedolare secca: non ho letto la legge ma è stato riferito da organi di stampa che in essa vi siano punti che premiano la delazione da parte degli inquilini: se ciò corrisponde al vero, si spera venga fuori il sommerso che pareggi i conti, a regime. Altri metodi di lotta all'evasione non sono emersi o sono falliti. Gli alti fitti non producevano alti introiti perchè a pagare erano i soliti... fessi! I...furbi costituivano società o inventavano marchingegni tendenti all'evasione totale o parziale. Infine una preghiera: smettiamola col ritornello sull'ICI perchè così giochiamo "a perdere": l'80% degli italiani abita nella propria casa e non mi sembra che essi gradiscano molto la posizione del PD in materia!