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Come affrontare la piaga del precariato

 
di Leonardo Becchetti
 

Il 2017 è finito con lo scioglimento delle Camere e con l'economia in ripartenza, cioè con i dati su PIL e disoccupazione che da qualche tempo hanno finalmente preso la direzione attesa. Tanto che, relativamente a novembre, si registra un ritorno ai massimi livelli di occupazione (oltre 23 milioni, il 58,4%). Eppure anche nell'Italia del 2018 l'area del risentimento e del rancore non sembra destinata a ridursi o esaurirsi. Solo colpa di fake news ed esasperazioni alimentate ad arte o c'è qualcosa di più?
Se andiamo oltre statistiche troppo sintetiche (col dato unico per tutto il Paese è come se ci fermassimo sempre al pollo a testa di Trilussa) che non fotografano accuratamente l'Italia nelle sue diverse componenti scopriamo che la ripresa economica è una "festa" a cui ancora molti, troppi non partecipano. E che dietro a PIL e occupazione in crescita ci sono forti diseguaglianze e un problema importante di qualità del lavoro.
 
Il mondo in cui viviamo presenta alcuni lati molto positivi: viviamo e vivremo sempre più a lungo grazie a scoperte scientifiche figlie di questo sistema economico e abbiamo a disposizione quantità e qualità beni mai visti in passato. L’accesso alla Rete diventa un prolungamento e un potenziamento dei nostri sensi talmente potente che non abbiamo ancora imparato a gestire perfettamente. Per ridurre lo spazio del rancore bisogna però affrontare una grande piaga, quella del lavoro povero e precario, dello scoraggiamento che porta a non cercare neppure un’occupazione e della disoccupazione giovanile. Una piaga aggravata in modo preoccupante dalla questione demografica, ovvero dal pesante squilibrio tra popolazione in età e non più in età da lavoro.
La fotografia dell’Italia fatta durante il cammino della Settimana Sociale dei cattolici 2017 ha identificato punti deboli e possibili soluzioni. Abbiamo bisogno, in sostanza, di politiche macroeconomiche più coraggiose che sfruttino la leva fiscale per far ripartire gli investimenti in infrastrutture. A partire da quanto realizzato dal Governo ancora in carica, che ha posto in atto, con qualche efficacia, alcune iniziative ad alto moltiplicatore per stimolare l’economia, come gli sgravi per gli investimenti privati (iperammortamento) e per le ristrutturazioni edilizie ecologicamente sostenibili e antisismiche.
 
Sul fronte del lavoro resta, però, un problema di fondo irrisolto e le forze politiche, che pure cominciano a mettere in campo proposte più articolate – come dimostrano le pagine realizzate su "Avvenire" dal 3 gennaio scorso in poi – ancora si contrappongono prevalentemente sul tradizionale asse di maggiori o minori tutele del lavoro a livello nazionale e, così, sembrano quei protagonisti del film di Nanni Moretti che vanno a "cercare l’alba" nella direzione sbagliata.
I lati positivi e negativi del sistema stanno tutti nelle premesse e nel libretto delle istruzioni che quelli che fanno il mio mestiere consegnano agli studenti all’Università: la "macchina" ha due ruote sempre gonfie (utili d’impresa e benessere dei consumatori, che sono gli obiettivi espliciti) e due sgonfie (dignità del lavoro e tutela dell’ambiente, che tra gli obiettivi non compaiono mai), per questo tende inevitabilmente a finire fuori strada.
In un mondo globalmente integrato, l’illusione di poter alzare tutele in un solo Paese vuol dire renderne più costosi e meno competitivi i prodotti, inducendo l’effetto paradossale di ridurre produzione, occupazione e lavoro. All’opposto, la scelta di ridurre le tutele rappresenta una ritirata strategica, che può forse rendere più competitivi, ma che non cura la piaga sociale del lavoro precario o di bassa qualità, anzi l’aggrava. L’unica via possibile e utile è quella di lavorare sul lato della domanda, premiando fiscalmente con minore IVA sui consumi tutti i prodotti (da qualunque Paese provengano) ad alta dignità e tutela del lavoro, e viceversa.
La lotta al dumping sociale non è nazionalista o populista perché difende il lavoro e la dignità della persona ovunque essa si trovi. Ed è la via maestra per correggere il “difetto di fabbricazione” della globalizzazione. Bisogna imboccare prima possibile questa strada, usando sempre di più i criteri minimi sociali e ambientali negli appalti e riformando le imposte sui consumi nella direzione indicata. E bisogna lavorare perché questa diventi la politica dell’intera Unione Europea.
 
È questo il contributo che la riflessione e l’azione comune di tante realtà ecclesiali e associative continua a offrire alle forze politiche in campo nella contesa elettorale aperta dal presidente Mattarella con lo scioglimento delle Camere. E noi elettori, piuttosto che lasciarci affascinare da promesse irrealizzabili, di cui si evita accuratamente di allegare il conto o di spiegare la concreta fattibilità, dovremmo incalzare gli aspiranti leader su questo fronte aiutandoli a “cercare l’alba” nella direzione giusta.
 
Pubblicato su “Avvenire” del 10 gennaio 2018.
 


Daniele Ciravegna - 2018-01-15
Anche Becchetti finisce per ricondurre i guai della nostra economia e del nostro mercato del lavoro al difetto di compentitività internazionale in termini di prezzo, che sarebbe però surclassata se fossimo capaci di mantenere la competitività in termini di qualità dei prodotti. Ma non si può avere qualità dei prodotti se non si ha qualità del lavoro, che di per sé è in grado di produrre beni di elevata qualità, ma è anche in grado di determinare la buona qualità del capitale, attraverso processi d'innovazione attuati grazie all'elevata qualità del lavoro dei ricercatori e degli organizzatori e gestori della ricerca. Quindi non solo investimenti in infrastrutture (soprattutto se visti come semplici componenti della domanda aggregata e non anche come importanti co-determinanti dell'offerta aggregata) ma - concettualmente precedenti a essi - investimento in capitale umano, fra l'altro, fonte primaria di dignità delle persone e del lavoro (così si viene a gonfiare anche una terza ruota della "macchina").