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Manca un nuovo polo popolare
 
di Giuseppe Davicino
 

Mai come in questa fase le formule politiche appaiono in ritardo, inadeguate a rappresentare quello che si sta muovendo nella società e che emerge in modo contorto e contraddittorio a ogni scadenza elettorale.
Se non si è consapevoli di un tale ritardo, difficilmente le varie ipotesi di costruzione di un centrosinistra alternativo al PD-PdR (partito di Renzi) potranno parlare a un elettorato popolare che non si sente più rappresentato e che va cercando in ogni parte d’Europa nuovi riferimenti politici.
Ci si dovrebbe interrogare di più sulle ragioni dello smottamento elettorale che stanno subendo le forze che fanno riferimento ai popolari e ai socialisti europei, le quali sono percepite sempre più come espressione di un disegno politico identico sui fondamentali, sebbene colorato da sfumature ideologiche diverse.
In tal senso vi sono almeno due elementi che non si può evitare di considerare: il commissariamento della politica e il ruolo dei mass media.
 
In questi quasi due decenni del XXI secolo è stata sconfitta quella generazione di europeisti, come Prodi, che credevano possibile una guida politica del processo d’integrazione europea e della moneta comune. Hanno vinto Blair, la Merkel, oggi Macron. E, dietro di loro, soprattutto le oligarchie finanziarie transnazionali che hanno imposto agli Stati e all’Unione Europea la loro agenda, costringendo i partiti di governo ad adeguarvisi. Un’agenda devastante, ancorché non dichiarata: monetarismo spinto, ovvero politiche monetarie corrotte – perché concepite solo per impinguare gli speculatori – quanto  irresponsabili sul piano sociale e dell’economia reale. E unilateralismo nelle relazioni internazionali: vale a dire una forma estrema di nazionalismo occidentalista, che non riconosce al mondo alcun interlocutore su un piano di parità e che si propone di abbattere con ogni mezzo (compresi il ricorso alla guerra e al terrorismo) qualunque resistenza all’affermazione su scala globale degli interessi delle élite occidentali. In tal modo l’Europa ha cessato di essere un sogno e una speranza per ridursi al tassello di un disegno globalista in mano a un establishment senza scrupoli e culturalmente erede  dei totalitarismi del XX  secolo.
 
Un tale subdolo capovolgimento di prospettiva, una così grande espropriazione della volontà popolare è potuta avvenire solo con il ricorso sistematico alla menzogna. Questo è il secondo aspetto da tener presente.
Il sistema dell'informazione occidentale è strutturalmente marcio ed è controllato direttamente da quei poteri che selezionano la classe politica. Ciò avviene nonostante l’alto livello di professionalità e di correttezza che dimostrano gli operatori del mondo dell'informazione. La manipolazione avviene soprattutto nel dominio del linguaggio (che fa dire,  per esempio, “crescita negativa” anziché “recessione”), nella scelta del rilievo da dare alle notizie e nelle sofisticate tecniche di condizionamento della psicologia di massa, per far digerire ai cittadini le decisioni più impresentabili e contrarie ai loro interessi. Ne deriva una percezione falsata da parte dell’elettorato dell’andamento dell’economia e degli eventi internazionali, e una conseguente perdita di credibilità delle rappresentazioni e delle versioni ufficiali fra sempre maggiori segmenti di cittadini.
 
La domanda da cui si dovrebbe partire, dunque, pensando alla possibilità di costruire un nuovo centrosinistra, è come organizzare un punto di vista popolare nell’epoca della post-politica e della post-verità. Nell’epoca in cui non basta definirsi riformatori anziché conservatori: ma in cui ciò che più conta è collocarsi nel campo del popolo piuttosto che in quello dell’establishment.
Non la somma dei cespugli a sinistra del PD ( Articolo 1 DeP, Sinistra Italiana, Campo Progressista…), bensì un nuovo polo della politica italiana – il quarto o il primo, lo decideranno gli elettori – capace innanzitutto di una affilata capacità di controinformazione, capace di intendersi come espressione dei ceti lavoratori e della classe media che sta venendo spazzata via da una miope politica mercatista. Una politica che, in cambio di lauti e iniqui guadagni per pochissimi, causa permanenti lacerazioni sul tessuto economico e sociale del Paese.
Una sfida che richiede coraggio, realismo, umiltà e capacità da parte di tutti di mettersi in discussione, per evitare che la crescente ondata di protesta popolare si trasformi in aperta rivolta sociale, e per rilanciare con decisione il progetto di una Europa più ragionevole e dal volto umano, liberata da quelle logge e consorterie che la stanno distruggendo.


Giuseppe Ladetto - 2017-05-15
Davicino prospetta esigenze reali ed invita ad agire sul terreno politico, ma, come ho già detto in un commento ad un suo precedente articolo, a tal fine occorre preliminarmente affrontare un’ impresa difficilissima, ancorché necessaria: modificare l’immaginario costruito da quell’élite che controlla la grande finanza ed il mondo della comunicazione, un immaginario che si è ormai radicato nella gente. Il primo passo dovrebbe consistere proprio nel bonificare il linguaggio dalle manipolazioni introdotte da quel pensiero unico che sta intossicando la società creando una percezione falsata della realtà
Giorgio Merlo - 2017-05-14
L'amico Giuseppe pone la vera questione politica italiana, al di là della propaganda renziana e della narrazione di una realtà virtuale che porta i suoi adulatori - locali e nazionali - ad esaltare il suo "verbo" come l'unica carta da giocare contro i "barbari" che di volta in volta si presentano. E cioè, come e dove si costruisce una prospettiva politica popolare, riformista, democratica e di governo? Cioè un centro sinistra che non si limiti a porre veti personali e pregiudiziali di potere? Ma su questo versante, caro Giuseppe, non ti devi fare illusioni. Il nuovo corso renziano guarda da un'altra parte...
giuseppe cicoria - 2017-05-13
continuando la mia risposta all'articolo di Merlo posso aggiungere che i poteri di cui l'amico Davicino parla controllano i mass-media che continuano a decantare questa vera e propria invasione di immigrati come una manna dal cielo che risolleverà le sorti demografiche ed economiche del nostro Paese. Essi, invece, vogliono avere una massa di affamati da trasformare in schiavi pagati con salario di fame e produrre a basso costo e con alto profitto. Il tutto controllato via etere da paradisi lontani dai luoghi dello sfacelo sociale. Per conferma di quello che potrebbe accadere, basta guardare attualmente lo sfruttamento schiavistico nel settore agricolo. Gli ultimi governi si sono gloriati perché "loro" salvano vite umane ma di fatto hanno fatto ingrassare alle nostre spalle le cosiddette ONG che sono esplose di numero camuffandosi con nomi di santi e madonne. Anacronisticamente il nostro misero PIL è aumentato non per investimenti produttivi ma quasi esclusivamente sull'industria dell'ACCOGLIENZA che prima era di "transito" ed ora non più perché gli altri Paesi, senza demagogia ma con furbizia e lungimiranza, hanno chiuso le frontiere. Erdogan si fa pagare per tenere bloccata l'invasione. Noi non blocchiamo nessuno ma li aiutiamo a venire e lo facciamo a spese dei soli cittadini italiani......! Andremo tutti in Paradiso o tutti all'Inferno?