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I cattolici senza partito
 
di Giorgio Merlo
 

Nella confusione incontrastata che domina la politica italiana, c'è una domanda che resta inevasa. E questo al di là di qualunque richiamo nostalgico e di qualsiasi tentazione di guardare avanti con la testa rivolta all'indietro. Mi riferisco alla presenza politica dei cattolici. O meglio, alla difficoltà per i cattolici democratici italiani di riconoscersi da tempo in una "casa politica".
Ora, per essere chiari, nessuno vuole riproporre esperienze, gloriose o meno che siano, del passato. E quindi né una sorta di DC bonsai e né una riedizione aggiornata e corretta del PPI. Ma un fatto è indubbio. Dopo il fallimento del bipolarismo all'italiana e il potenziale ritorno, piaccia o non piaccia, del sistema proporzionale, è un fatto oggettivo che le vecchie o le nuove identità riprendano il sopravvento rispetto agli agglomerati elettorali indistinti e un po’ anomali.

Del resto, sono gli stessi "partiti plurali" a cedere il passo e a manifestare tutta la loro impotenza, riconoscendosi prevalentemente nel "capo". Non a caso, tutti i grandi partiti italiani si sono trasformati in "partiti personali" o in partiti del capo o del leader che siano. Ed è proprio in questo contesto che ritorna il tema della presenza politica dei cattolici. Ovviamente, una presenza politica laica, aconfessionale, cristianamente ispirata e caratterizzata, comunque sia, da un "programma". Come recitava, oltre un secolo fa, lo stesso Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano.

E i cattolici democratici, e tutti coloro che bene o male si riconoscono in quel patrimonio culturale e storico, manifestano tutta la loro inadeguatezza a riconoscersi in partiti ormai privi di cultura politica che si sono ridotti progressivamente a identificarsi con il capo indiscusso di turno.

In un contesto siffatto, per il cattolicesimo democratico italiano si presentano sostanzialmente tre strade di fronte alla necessita di riprendere un rinnovato impegno politico e pubblico.

O si adegua al nuovo corso dei partiti personali rinunciando, di fatto, a giocare qualsiasi ruolo politico e qualunque valenza culturale nella geografia pubblica italiana.

Oppure, in secondo luogo, decide di fare lo "spettatore" e di ritagliarsi un  ruolo culturale e pre-politico radicalmente avulso ed estraneo rispetto ad ogni sorta di impegno politico e legislativo.

Oppure, terza ipotesi, ci si mette in gioco e si decide di "scendere in campo"  riaffermando laicamente nello scacchiere politico le proprie ragioni, la propria cultura e il proprio progetto. Insomma, una rinnovata presenza politica.
Senza entrare nell’analisi di ogni ipotesi, ognuna tanto legittima quanto opinabile, resta il fatto che la presenza politica dei cattolici in questi ultimi anni si è, di fatto, colpevolmente eclissata. E, pur non sapendo  quale sarà l'evolversi della politica italiana, a cominciare dalla futura legge elettorale – la "madre" di tutte le leggi – il capitolo dei cattolici in politica è destinato a caratterizzare il dibattito pubblico nel nostro Paese. Appunto, al di là della nostalgia, del passatismo e della banale e semplice riproposizione delle esperienze vissute nella Prima e nella Seconda Repubblica.


giuseppecicoria - 2017-05-12
I partiti fondati sull'applicazione ferrea di principi religiosi si sono rivelati nei secoli forieri di grandi sciagure. Noi cattolici non possiamo, quindi, pensare minimamente di fondare partiti sul credo religioso. Ciò non toglie che i principi religiosi rispettosi dei propri simili anche se di idee diverse, non possano essere difesi in compagini politiche. Quindi, anche io sono favorevole alla terza ipotesi. In questo momento per i cattolici mi sembra sia un momento molto difficile perché il principio di solidarietà predicato dal vangelo diventa di difficile interpretazione ed applicazione. Si può chiedere ad un buon cristiano di accettare che grandi masse di emigranti occupino letteralmente ed in tempi brevi il nostro territorio, condannandoci a forzate distribuzione di ricchezza disponibile? E giusto non temere che masse imponenti insoddisfatte creino scompiglio alla nostra civiltà? E' giusto accettare nostri simili che predicano odio religioso verso chi li sta aiutando? Credo di no, perché una cosa è essere un buon cristiano ed un'altra è quella di aspirare ad essere San Francesco o addirittura Gesù Cristo. Questo grave problema non era previsto ed ora è ignorato o addirittura minimizzato dai trombettieri della solidarietà che si annidano nei mass-media per motivi di cassetta. Personalmente sono molto confuso e data la mia non giovane età non nascondo di aver paura per il mio futuro.
Giorgio BRUNO VENTRE - 2017-04-22
Noi cattolici siamo aderenti agli orientamenti di Gesù Cristo, che è il Leader del nostro movimento, che si chiama Chiesa, la quale è aperta a tutti. Non la chiesa Vaticana, ma la Chiesa di Gesù Cristo. In fondo il riconoscimento nel "Capo" è nel nostro DNA (ma c'è "capo" e "Capo"), è una questione personale, che implica sì una scelta di fede, ma che subito dopo obbliga ad agire in prima persona, assumendosi ogni responsabilità senza nasconderle dietro un libro sacro, come gli integralismi invece fanno. Occorre ripartire dalla cultura di base, investire sugli educatori, costruire scuole di vita nelle Parrocchie (dove i laici contano) e anche fuori dalle Parrocchie (dove i laici non contano). Le parrocchie non vengano viste come baluardi di battaglia, ma come punti di riferimento e di confronto culturale. La politica la devono fare gli individui, mettendoci la propria faccia, non le istituzioni che servono per i controlli e le attuazioni. Occorre re-imparare il valore della comunità: non basta vivere in un agglomerato regolamentato da norme per dire che esiste una società. Occorre re-imparare a guardare la realtà e non i telefilm; la nostra cultura e la nostra conoscenza deve partire dal pianerottolo di casa e non dalle informazioni controllate dei media o dai messaggi contenuti negli intrattenimenti tv. Concordo con Stefania Pisano: "Nessuno può tirarsi fuori perchè la faccenda non lo riguarda": la politica inizio a farla io, interessandomi del mio vicino, sorridendo a chi incontro per strada, regalando gesti di gentilezza (insegnamento di mia figlia quando aveva 8 anni e mi scrisse: "ogni volta che mi date un segno di affetto, mi rendete sempre più bella la vita") , trattenendo le reazioni violente e/o maleducate; realizzando aiuti concreti, meglio se attraverso organizzazioni nelle quali inserirsi operativamente....ognuno di noi sa come proseguire nell'elenco: non è rivoluzionario tutto ciò? Pensate quale "humus" si verrebbe a diffondere...quello della solidarietà. Qualsiasi programma studiato a tavolino ma non "incarnato" (parlo in una comunità cristiana e non a caso uso questo termine) non avrà presa, verrà manipolato e scenderà a compromessi, deteriorandosi e perdendo la propria identità. Ce lo insegna la storia dell'Alleanza: anche la Parola di Dio ha dovuto incarnarsi per essere riconosciuta fino in fondo. Come possiamo noi pretendere credibilità se non viviamo ciò che comunichiamo? Si, caro Giorgio Merlo, la terza via che Lei indica credo sia l'unica percorribile: "una rinnovata presenza politica" o meglio, una nuova presenza. Quanto più sapremo essere veri e generosi, tanto più i princìpi di vita a noi cari si diffonderanno. Come diceva S.Tommaso: ; il bene si diffonde di per se stesso, per sua natura. Certo, ci sono i problemi pratici da affrontare e sembra che siano urgenti: la legge elettorale, l'accoglienza dei profughi, il lavoro, ecc. ecc. , ma alla radice di tutti i problemi vi è un vuoto culturale, che è troppo importante per non essere affrontato prioritariamente.
Giuseppe Davicino - 2017-04-21
Giorgio pone sempre le domande giuste. Ma mi chiedo, c'è la volontà di cercare delle risposte? I cattolici democratici, come altre culture riformatrici liberali o progressiste, hanno voglia di uscire dal ruolo di esecutori di progetti definiti in ambito transnazionale dalle oligarchie, e di tornare ad essere co-protagonisti nella definizione delle politiche e delle scelte strategiche del Paese, come lo sono stati nella loro storia?
Stefania PISANO - 2017-04-20
Credo sia arrivato il momento di avere coraggio e di assumersi qualche responsabilità . La politica è chiamata ad affrontare temi così importanti che, se non è davvero partecipata da tutti, può provocare danni irrimediabili. I temi della vita, della morte, della famiglia, dell'immigrazione, di un'economia sempre più autonoma e avulsa dalle sensibilità delle persone, di una scuola che coniughi libertà  e responsabilità sono da affrontare oggi più che mai, in maniera seria e concreta per evitare di provocare disastri inimmaginabili. E' fondamentale ricreare un clima condiviso riguardo al bene comune che va ricordato, non è una mera somma di interessi individuali. Nessuno può tirarsi fuori perché la faccenda non lo riguarda ("l'importante è che vada bene la mia tasca"). Qualificante dovrà essere un ripensamento sull'importanza dei partiti politici. La loro demonizzazione ha consentito a pochi di accaparrarsi un potere che costituzionalmente appartiene al popolo sovrano. A che serve votare, se non concorro a decidere chi e cosa si confronterà  nella competizione elettorale? Il tema che andava affrontato agli inizi degli anni Novanta non doveva esser la dissoluzione di fatto dei partiti, ma la loro effettiva democratizzazione. Ed è sospetto che i tanti comitati di difesa della Costituzione tacciano su questo punto. Ora, guardando avanti, chi ha la responsabilità di chiamare i giovani, i nostri figli, a un'appropriata riflessione su questi temi? E' la sola famiglia che lo deve fare? Basta la scuola? E come la Chiesa se ne possa lavare le mani? La condizione in cui versa oggi la società italiana, costituita di minoranze lobbistiche o corporative, l'una contro l'altra armata, richiederebbe la presenza e la testimonianza di una minoranza creativa. Il tema dell'immigrazione, per esempio, viene affrontato dalla Chiesa in modo superficiale, è chiaro che chi esce dalla chiesa ne esce senza riflettere e non ha cambiato nulla di sé. Questo accade tutte le domeniche in tutte le 26mila parrocchie? Servirebbero indagini scientifiche serie. Intanto e nell'immediato, basandosi su percezioni soggettive sia pure incomplete, possiamo auspicare che al fondamentale esercizio della Parola sia data una preparazione più attenta, fatta non solo di teologia e di Bibbia, ma di conoscenza reale del mondo, acquisita con i mezzi propri delle scienze sociali. Parlare di Medioriente e di islamismo, senza conoscenze geopolitiche, economiche e storiche, si finisce per fare della retorica della pace e della misericordia al cospetto dei fedeli, che, usciti di chiesa, vanno a cercare altrove il senso di ciò che accade e le ragioni per collocarsi sul campo di battaglia culturale e politica. Allora la domanda sorge spontanea: chi orienta? La Chiesa o Salvini? Ciò implica che le parrocchie non siano solo centri devozionali e, talora, caritativi, ma, in primo luogo, centri di battaglia culturale, fatta dai cattolici, quale minoranza socioculturale del Paese.