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Lo stile delle riforme
 
di Mario Chiavario
 

Credo di non essere il solo che, se domenica 4 dicembre si fosse trovato di fronte a una pluralità di quesiti distinti, avrebbe sicuramente approvato parecchie delle innovazioni proposte, e che ha invece votato No per vederle saldate, in un gigantesco insieme, con altre, fortemente discusse e discutibili, nel segno di un’unica operazione a vocazione plebiscitaria. Esemplari del primo tipo di riforme, i tagli al bicameralismo paritario, a cominciare dalla concentrazione, nella sola Camera dei deputati, del potere parlamentare di dare o togliere la fiducia al Governo, così da agevolare il formarsi e l’operare di Esecutivi stabili ed efficienti.
Espressione principale di quelle del secondo tipo, la sproporzione (anzitutto, ma non soltanto) numerica, tra una Camera, rimasta inalterata nella pletorica composizione di 630 persone, e un minuscolo Senato di 100 membri, quasi tutti a tempo parziale: sproporzione che si sarebbe ripercossa negativamente soprattutto là dove la logica maggioritaria ed efficientistica dovrebbe invece cedere il passo a esigenze di tutela di delicati equilibri istituzionali e di garanzia di tutte le minoranze e non solo di quella più forte: tale, il caso dell’elezione del Presidente della Repubblica, ma anche, ad esempio, della formazione delle leggi costituzionali e di quelle su temi “eticamente sensibili”. Adesso… la frittata è fatta, e l’appello plebiscitario, raccolto al volo (ma al contrario) da tutto un variopinto fronte di personaggi e di gruppi cui interessava soltanto “cacciare Renzi”, non solo si è ritorto come un boomerang contro chi ha promosso e gestito l’intera operazione.

Quel che è peggio, si è ripiombati in una situazione politico-istituzionale che è un eufemismo definire piena di ombre e di incertezze. A questo punto, è difficile immaginare spazi per avviare o riavviare, senza attendere i preannunciati decenni, il cammino di una riforma istituzionale (e in parte costituzionale), orientandola su contenuti ragionevolmente limitati e bilanciati: così da dare impulso a una “governabilità decidente” ma contestualmente rafforzando (anziché comprimere) garanzie utili o addirittura indispensabili, per assicurare adeguati livelli di democrazia.
E tuttavia è un cammino la cui ripresa non sarebbe affatto in contraddizione con l’impegno, oggi più impellente, a muoversi per dare finalmente risposte alle istanze che vengono dal basso, per una “democrazia proporzionata” (come ha spiegato, il 6 dicembre scorso, il direttore di “Avvenire” nell’editoriale intitolato Punto di svolta).
C’è un monito, comunque, che la vicenda appena conclusasi dovrebbe lasciare in eredità per il futuro. Nessuno faccia più di un progetto di palingenesi costituzionale il primario obiettivo di un Governo, da perseguirsi a costo di qualunque spaccatura tra le forze politiche e tra i cittadini.

La sera prima del voto di domenica ho ripreso in mano gli otto poderosi volumi di “Atti” in cui sono riportati, parola per parola, i lavori che la Costituente eletta nel 1946 dedicò all’elaborazione del testo originario della nostra “Carta fondamentale”. Non dimentichiamo che in quel 1947 ci furono eventi che provocarono fortissimi scontri nell’Assemblea e nel Paese: ci fu una scissione socialista che pose su fronti contrapposti i protagonisti; ci fu la rottura del tripartito di governo tra democristiani, socialisti nenniani e comunisti; ci furono molti altri prodromi di una campagna elettorale arroventata, conclusasi nell’aprile successivo con il trionfo della DC e il consolidarsi di una coalizione governativa centrista. Ebbene, non solo si può notare che tra le firme a suggello del testo, votato a larghissima maggioranza, figurano, l’una accanto all’altra, quella del democristiano De Gasperi, presidente del Consiglio, e quella del comunista Umberto Terracini, eletto presidente dell’Assemblea al posto di Giuseppe Saragat, correttamente dimessosi subito dopo avere lasciato il PSI, in rappresentanza del quale era stato innalzato alla carica.
Più ancora, vale la pena scorrere gli indici delle sedute specificamente dedicate al dibattito sul progetto di Costituzione e metterli a confronto con quelli delle sedute (o parti di esse) dedicate invece al “quotidiano” della gestione del Paese: questi ultimi fanno sempre registrare, com’è ovvio, l’intervento di almeno un esponente dell’Esecutivo (spesso parte in causa di una crescente tensione e persino di scontri violentissimi); i primi, al contrario, nemmeno una volta danno conto di un ministro come interlocutore attivo. Scrupoli d’antan? No: stile giusto ed efficace.

Tratto da “Avvenire” del 10 dicembre 2016


Mario Chiesa - 2016-12-16
Interessante. Triste. Tremendamente disperante. A meno che Chiavario esca dalla biblioteca, dove potrà trovare altri esempi edificanti, faccia un giro nei luoghi dove oggi si fa politica e poi, in un prossimo intervento, ci presenti una maggioranza in grado di fare le riforme con il giusto stile.