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La riforma non mortifica la sussidiarietà
 
di Stefano Lepri
 

Rilanciamo la lettera di Stefano Lepri, senatore PD, pubblicata ieri sul sito del quotidiano “Avvenire”

Caro direttore,
la centralità della persona, della famiglia, dei corpi intermedi, delle autonomie locali, e quindi della sussidiarietà, ha da sempre caratterizzato la visione dei cattolici italiani in politica, da Sturzo in poi. Giovedì scorso a Roma, durante un’affollata conferenza stampa, è stato ricordato questo filone di pensiero che nei decenni, con esiti alterni e con interpreti non sempre all’altezza ha operato di converso per limitare un’eccessiva presenza dello Stato e in particolare dello Stato centrale. La Costituzione italiana è stata particolarmente capace di rappresentare tale visione, sia nei principi fondamentali che nella parte relativa ai diritti e ai doveri del cittadino, della famiglia, delle formazioni sociali, dell’impresa.
E tuttavia la Costituzione ha sancito anche alcuni compromessi al ribasso, nella parte sul funzionamento delle istituzioni. Il bicameralismo paritario fu infatti una scelta dettata dal timore di una vittoria delle sinistre o, all’opposto, di uno strapotere della Democrazia Cristiana. Prevedendo un sistema bicamerale, con leggi elettorali diverse, si volle evitare il rischio che uno dei due blocchi potesse stravincere. Che si fosse tuttavia trattato di una soluzione poco felice lo ammise, fin da subito, Dossetti, ma anche Sturzo ebbe presto a osservare come solo in Italia il Senato fosse un duplicato della Camera.
Nonostante i tentativi di superare questa peculiarità, il bicameralismo perfetto è giunto fino a oggi. Tra pochi giorni, con il referendum, avremo la possibilità di modificarlo, con il riconoscimento di un Senato delle autonomie composto da sindaci e consiglieri regionali. Difficile negare che ci si muova nel solco prima ricordato, nella misura in cui il nuovo Senato svolgerebbe esattamente un ruolo di rappresentanza e tutela delle istituzioni più vicine ai cittadini: con una funzione legislativa, pur limitata alle materie che le riguardano direttamente e alle riforme costituzionali; con compiti terzi di garanzia, ad esempio per valutare l’applicazione delle leggi e l’efficacia delle politiche pubbliche, o partecipando all’elezione del Presidente della Repubblica.
Quanto all’altra grande modifica, quella relativa al riparto delle competenze legislative tra Stato e Regioni, si tratta di riportare allo Stato quelle sole materie che si è verificato non idonee per un livello inferiore, in coerenza quindi con il principio di sussidiarietà, che prevede che si intervenga in questi casi con l’attribuzione del compito ad un livello superiore, maggiormente efficace o meno costoso. Anche le competenze finora concorrenti vedono una felice risoluzione: non con un inopportuno accentramento, ma con una maggiore presenza dello Stato nel definire le sole disposizioni generali e comuni e i livelli essenziali delle prestazioni con costi standard, così da permettere alle Regioni una programmazione e gestione al contempo autonoma, peculiare ma anche maggiormente omogenea. Infine, vorrei provare a rassicurare rispetto alle obiezioni avanzate da alcuni. Vi è il timore che il monocameralismo sui temi etici finisca per favorire un’evoluzione in senso laicista.
Rispondo che non è mettendo vischiosità nell’iter legislativo che si fanno valere le buone ragioni o si raggiungono i “compromessi alti”. Altra obiezione: alcune opere della Chiesa (scuole, formazione professionale e ospedali in particolare) potrebbero essere svantaggiate dal nuovo riparto delle competenze. Al contrario, c’è motivo di credere che alcune questioni (per esempio il finanziamento alla libera scelta educativa) possano trovare finalmente quelle disposizioni generali e comuni finora mancanti, senza che venga meno la programmazione e gestione su base locale (i servizi scolastici e il diritto allo studio restano di competenza esclusiva regionale). In conclusione, vi sono buoni motivi per ritenere che la riforma costituzionale sia tracciata in continuità con l’insegnamento sturziano. I cattolici italiani possono avere fiducia sul fatto che questa riforma non mortifica il principio di sussidiarietà, ma anzi ne definisce meglio il tratto.


franco maletti - 2016-12-01
Peccato che, per come sono andate le cose, se vince il SI' non sarà più la "Costituzione di tutti", ma solo di una parte.