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Legge elettorale da cambiare
 
di Rodolfo Buat
 

L’eventuale successo del “no” al referendum istituzionale non sarà privo di effetti sia rispetto alle prospettive di riforma costituzionale, sia rispetto ai futuri e equilibri del Paese.
Lo stop al progetto di riforma approvato dalle Camere significa probabilmente la fine di qualunque prospettiva di riforma costituzionale. Questo anche perché il fronte del “no” è molto più frastagliato che ampio, abbraccia reazionari e parte dei progressisti, difficilmente potrà ritrovarsi insieme a sostenere un diverso progetto di riforma. È una prospettiva che può rallegrare la minoranza dei sostenitori del “no” a qualunque modifica costituzionale, ma che deve far riflettere coloro che sono consapevoli dei difetti delle attuali istituzioni, fra i quali il più rilevante è la lentezza a guidare lo sviluppo economico e sociale del Paese.
Sotto un altro profilo la vittoria del “no” non potrà che rappresentare un giudizio negativo sulle Camere che hanno votato la riforma e sul Governo che l’ha promossa. È difficile prevedere le conseguenze pratiche di una palese sfiducia da parte dell’elettorato, anche se certamente si aprirà una fase di incertezza politica in un momento difficile per l’economia interna e i nuovi equilibri politici europei. Un fase di incertezza che riporta indietro il calendario al 2013, con l’unica confortante e rilevante differenza costituita dalla guida oggi stabile e saggia del Presidente della Repubblica.
È giusto riproporre la domanda se le modifiche introdotte dalla legge di riforma siano tali da giustificare conseguenze così negative e forse così pericolose.
Il progetto di riforma non mi pare giustifichi un simile scenario, e in particolare non contiene modifiche tali da suscitare un allarme per il futuro della democrazia ovvero da deviare il sistema costituzionale attuale.
Ad esempio, la correzione del regionalismo con uno spostamento parziale di poteri verso lo Stato centrale può essere giudicata non utile, ma lascia in piedi un regionalismo più avanzato rispetto allo stesso modello originario della Carta costituzionale. Inoltre, non può certo essere considerato un attacco alla democrazia: la Repubblica ha saputo assicurare la costruzione democratica e la ricostruzione economica dal 1946 al 1970 con un modello di Stato sostanzialmente poggiato sulle istituzioni dello Statuto albertino. Infine, non va dimenticato che le Regioni trovano un importante ruolo istituzionale nella nuova Camera alta, un ruolo certamente di gran lunga più rilevante di quello assicurato oggi dalla Conferenza Stato-Regioni.
Per quanto riguarda poi il nuovo Senato, appunto, si può discutere sul modello in cui si articola il potere legislativo, sul numero e sulle modalità di scelta dei futuri senatori. Non mi pare però che l’abolizione dell’attuale Senato metta a rischio le nostre istituzioni democratiche. Anzi, paradossalmente, nel corso della storia, i Senati là dove essi sono esistiti (o esistano) sono stati spesso visti come un limite alla pienezza dell’espressione della sovranità popolare, che per molti, soprattutto a sinistra, era meglio garantita da un’unica assemblea.
In realtà, la riforma approvata dal Parlamento, diversamente da altre proposte nel passato, non prevede modifiche sostanziali negli equilibri fra i poteri e in particolare non interviene (se non per alcuni tecnicismi) sulla forma di governo e sulla forma di stato, né interviene sulle altre magistrature (con esclusione dell’abolizione che nessuno contesta del CNEL).
In ultimo in molte preoccupazioni provenienti dal fronte del “no” c’è anche una sopravalutazione del dato normativo. In realtà è più nella “costituzione materiale” che nella “costituzione formale” il vero baluardo di difesa liberale e democratica delle nostre istituzioni. Le costituzioni formali non hanno ahimè impedito i totalitarismi e le derive autoritarie, anzi in molti casi li hanno ospitati.
Esprimere un “sì” alla riforma significa dare impulso al cambiamento e al rinnovamento del Paese. Non è il “sì” che impedirà ulteriori miglioramenti del disegno riformatore, anche alla luce della valutazione della prassi che si determinerà.
Un motivo di forte preoccupazione è invece costituito dalla riforma elettorale. Si tratta di una riforma che interviene sulla legge precedente, senza forse aver colto il senso delle obiezioni già a suo tempo formulate dalla Corte costituzionale. È una legge che contiene il possibile effetto negativo di consegnare a una minoranza il controllo del potere legislativo e del potere esecutivo; una legge fortemente maggioritaria di cui non si capisce il senso e l’utilità proprio alla luce della riforma istituzionale che ha già per altra via introdotto un modello più semplice e più efficiente di rappresentanza.
Rimanendo così le cose, molti cittadini potrebbero ritenere che l’unico modo per rimettere in discussione la riforma elettorale ed evitare le sue conseguenze sia quello di impedire il decollo della riforma istituzionale. Infatti la sopravvivenza del Senato, eletto con la vecchia legge, creerebbe i presupposti per una nuova legge elettorale e in ogni caso arginerebbe il possibile “governo della minoranza”.
Si può evitare a questi cittadini questa scelta paradossale. Infatti, a differenza del “no” alla riforma istituzionale, il “no” alla riforma elettorale è accompagnato da proposte alternative di facile attuazione. Tali sono sia il ritorno al cosiddetto “mattarellum” eventualmente corretto, sia l’intervento nella nuova legge con l’eliminazione del ballottaggio e delle candidature multiple.
Proprio per questo il Partito Democratico, che rischia di pagare il prezzo più alto a fronte della vittoria del “no” alla riforma istituzionale, dovrebbe assumere un’iniziativa più forte per la modifica della nuova legge elettorale.


Domenico Piacenza - 2016-08-17
Caro Rodolfo, avrei voluto tentare di chiosare alcune parti del tuo interessante ed in gran parte condivisibile intervento, ma molti interventi e commenti precedenti e susseguenti di questo giornale, me lo sconsigliano. Dedica tutta la Tua intelligenza e validissima preparazione ad illustrare, istruire, informare, documentare perché prima di discutere sarebbe opportuno conoscere. "Non discutere mai con i fanatici e gli ignoranti" lasciò scritto mio bisnonno Paolo inquisito dal Ministro di Polizia di Carlo Felice per aver partecipato quale studente di medicina ai moti studenteschi del gennaio 1821.Primo esempio: Molte (forse troppe) volte si fa riferimento ad un'aderenza religiosa e si dimostra di ignorare quello che disse il Concilio 50 anni fa. Basterebbe leggere le prime pagine del primo capitolo del "Contadino della Garonna" con cui quel fierissimo conservatore, ma inveterato laico di Maritain celebrava nei primi mesi del 1966 i risultati del Concilio per evitare molte "incongruenze". Ma gli esempi sono moltissimi. Se mi vien voglia proseguirò.
Mario Chiesa - 2016-08-12
Condivido la prima parte di questo articolo, nella quale Buat conferma di essere tra i più lucidi frequentatori di questo sito; per questo tanto più mi sorprende quando nella parte finale riprende l’argomento diffuso che la legge elettorale vigente potrebbe «consegnare a una minoranza il controllo del potere legislativo e del potere esecutivo». Argomento inconsistente, a mio parere, in un discorso politico: Roma e Torino (Torino sopra tutto) sono governate da minoranze? I presidenti della Repubblica francese eletti al ballottaggio rappresentavano una minoranza? Gli elettori si regolano sulla base delle leggi in essere: se al ballottaggio la destra torinese sceglie Appendino, potremo parlare di scelta poco razionale, ma Appendino è eletta da più del 50% degli elettori (non dal 31). Le leggi ‘educano’ gli elettori: la legge attuale li spinge a costituire liste che abbiano la possibilità di andare al ballottaggio. Non so per grazia di quale santo abbiamo una legge elettorale che può correggere il frazionamento politico italiano, teniamocela stretta!
Giorgio merlo - 2016-08-12
Un articolo, quello di Rodolfo, di semplice buon senso e di rara lucidita'. Del resto, fingere - o negare - che non ci sia un nesso strettissimo tra la riforma costituzionale e la nuova legge elettorale equivale a dire che oggi in Italua i partiti sono simili a quelli del passato.... Ecco, tutti sanno che la cosa non corrisponde al vero ma si finge di ignorare la realtà'. E il contributo di Rodolfo ha il merito di richiamare tutti,appunto, alla realtà'.
giuseppe cicoria - 2016-08-12
articolo ammirevole per lo sforzo davvero encomiabile dell'estensore per cercare di far digerire una purga davvero sgradevole di questa oscena riforma costituzionale. Non si migliora proprio niente. Tutta la chiarezza dell'attuale costituzione viene pasticciata e foriera di un futuro parlamentare davvero incasinato e turbolento. Gli specchietti per le allodole quali l'eliminazione delle Province del Cnel e riduzione del numero dei senatori non bilancia affatto tutti gli effetti negativi causati. L'eventuale modifica dell'assurda e pericolosa. per il futuro democratico dell'Italia, riforma elettorale non elimina il problema ma lo procrastica. Dopo la vittoria del Si la Camera dei deputati può tranquillamente riportarla in vita con un semplice legge ordinaria a maggioranza creando i presupposti per l'avvento di una dittatura camuffata. Dulcis in fundo: la vittoria del No farebbe tirare solo un respiro di sollievo al popolo italiano e certamente non sarebbe l'inizio della fine dell'economia italiana come strombazzato dai potenti poteri finanziari che hanno preso il possesso della nostra povera Italia. La fine politica di Renzi eventuale non sarebbe per niente la fine del mondo. Anzi.... Forse avremmo un sostituto che si occuperebbe più intelligentemente del riscatto economico produttivo ed occupazionale dell'Italia abbandonando la deleteria politica elemosiniera. E qui mi fermo.