Stampa questo articolo
 
Referendum: repetita iuvant
 
di Guido Bodrato
 

“La Repubblica” del 16 maggio scorso ha ospitato una lunga lettera di Alfredo Reichlin che ha esposto serie preoccupazioni per un “referendum sulla costituzione” che rischia di spaccare il Paese. È una preoccupazione che condivido. E il dibattito che si è acceso nella nostra Associazione, dopo lo svolgimento del Direttivo che ha verificato l'esistenza, tra i Popolari, di una larga maggioranza favorevole al NO, dimostra quanto è profondo il disagio per una riforma della politica imposta da un “vertice” che appare poco interessato al confronto parlamentare che dovrebbe caratterizzare le scelte parlamentari quando riguardano l’assetto istituzionale, lo stretto rapporto tra legge elettorale e revisione costituzionale.
Il dibattito resta aperto a tutte le opinioni: l’Associazione dei Popolari non può imporre una scelta di maggioranza a tutti i “Popolari”, e un partito non dovrebbe pretendere un voto di fiducia su una questione di rilevanza costituzionale.
D’altra parte, questo dibattito non inizia oggi. Per spiegare le mie ragioni, le ragioni di un elettore del PD che non ha la tessera del PD proprio perché non ha condiviso le scelte sin’ora fatte sulla Costituzione, ricordo le opinioni che abbiamo espresse quando il referendum confermativo riguardava la riforma “Berlusconi/Bossi”.

Sotto il titolo La cattiva politica produce cattive riforme, “La Stampa” del 25 marzo del 2005 ha pubblicato questa mia lettera:

Caro Direttore, nell’attesa che il referendum confermativo restituisca agli italiani la Costituzione del ‘48, anche lo schieramento progressista dovrebbe riflettere sulle responsabilità che si è assunto quando, per cancellare dall’orizzonte della politica nazionale il fantasma del centro (cioè, la DC) ha imboccato la strada dell’uninominale maggioritario, per costringere gli elettori a stare di qua o di là, a destra o a sinistra. E quando sono emerse le prime contraddizioni di questo sistema, ha sostenuto che bisognava concludere la “transizione”con l’elezione diretta del premier. Questa è stata la filosofia del “partito dei sindaci”, dei “governatori” delle Regioni, del “partito unico”, delle elezioni primarie.
Berlusconi ha conquistato Palazzo Chigi cavalcando quest’onda e ha potuto rispondere, a chi ha polemizzato contro la dittatura della maggioranza, di avere portato a compimento il mandato affidatogli dagli elettori. Così si è aggirato l’art. 138 della Costituzione, così l’opposizione ha abbandonato l’aula parlamentare in occasione di tutte le votazioni più importanti, così è diventata patetica l’invocazione del voto bipartisan in un sistema caratterizzato dalla radicalizzazione della lotta politica, dal fatto che per un voto si vince o si perde tutto il potere. Chi ha aperto la strada alla deriva plebiscitaria deve riconoscere di avere sbagliato. La stabilità dei governi si può realizzare senza colpire il pluralismo e senza cancellare il ruolo del parlamento, cioè senza uccidere la politica. Ed è inutile parlare di statuto dell’opposizione parlamentare quando il parlamento è stato ridotto a cassa di risonanza della volontà del “despota”. Non dice nulla ai sostenitori della “Seconda repubblica” il fatto che la disaffezione degli elettori abbia toccato livelli negativi, di astensione, mai registrati in passato?
Guido Bodrato


Il Direttore de “La Stampa” rispondeva alla mia lettera con questo articolo:

Caro Bodrato, la tua lettera è interessante ma rispecchia un atteggiamento nostalgico che ormai appartiene molto poco alla realtà. L’idea che la democrazia coincidesse con il proporzionale, e il maggioritario abbia instaurato un regime, lo ammetterà, è ben difficile da dimostrare, dal momento che con la Prima Repubblica maggioranza e opposizione sono rimaste cristallizzate per quasi cinquant’anni, salvo poi generare un consociativismo non sempre trasparente; mentre con il maggioritario, nel giro di tre legislature, l’orientamento politico dei governi è già cambiato tre volte, da destra a sinistra e di nuovo a destra. Le riforme istituzionali, criticabili e secondo molti credibili esperti sconclusionate, sono state sempre approvate con l’art. 138 (quattro votazioni, maggioranza qualificata, oppure referendum). La prima riforma, come è già stato ricordato in questa rubrica, la approvò il centrosinistra, modificando il Titolo V della Costituzione e introducendo una specie di federalismo che ha provocato un ingorgo di procedimenti delle amministrazioni locali e delle Regioni contro lo Stato davanti alla Corte Costituzionale. Ora il centrodestra, con lo stesso art.138 si avvia ad approvare una riforma che si annuncia peggiore della precedente. Ma, come vede, non c’è nessun golpe, tanto meno gestito da un despota. È solo la cattiva politica che produce cattive riforme.
Marcello Sorgi


È forse utile aggiungere una lettera personale e inedita a Sorgi, da me inviata nella stessa giornata, poiché riprende alcune polemiche su proporzionale, bipolarismo, bonapartismo, che sono rimaste di attualità.

Caro Sorgi, ti ringrazio per il rilievo dato alla mia lettera. Debbo tuttavia constatare che alle mie riflessioni rispondi con una pregiudiziale che non è una risposta. E se leggi il mio articolo, più ampio, su “Il Nostro Tempo” di oggi, potrai verificare che era prevedibile l’accusa di nostalgia. Anche gli elettori che – secondo i sondaggi – non hanno alcun interesse per la competizione elettorale, sono ammalati di nostalgia? Io non ho parlato di golpe, all’opposto ho sostenuto che le lacrime della sinistra sono lacrime di coccodrillo. Se le cose stanno così, allora non c'è alcuna vera ragione per contrastare la deriva plebiscitaria, poiché corrisponde al senso della storia. È un processo “ineluttabile”, direbbe Max Weber. Resta da capire di quale democrazia stiamo parlando. Con me, comunque, è nostalgica la maggioranza dei costituzionalisti, compresi quelli cui hai dato la parola sulle pagine de “La Stampa”.
Aggiungo alcune riflessioni sul passato. Quale sarebbe stato il corso della vita politica , dopo il 25 aprile, se gli italiani si fossero divisi in destra e sinistra? Se De Gasperi avesse accettato, nel ‘52, l'invito del Vaticano a costruire un Fronte nazionale in alternativa al Fronte popolare socialcomunista? Non penso sia possibile tornare indietro, e non l’ho mai auspicato. So che alla storia non si possono mettere le braghe, e anche che in politica conta soprattutto l'imprevedibile.
Ancora un’osservazione sull'art.138. Sono tra quelli che in passato hanno sostenuto che la revisione costituzionale era preferibile alle “bicamerali”, ma credo si debba riconoscere che il ricorso all’art.138 aveva un significato con la proporzionale e ne ha un altro con il maggioritario, proprio con riferimento alla questione della maggioranza parlamentare che approva una revisione della Costituzione. Comunque, ci sarà un dibattito in occasione del referendum confermativo e mi auguro che lo schieramento di centrosinistra ponga attenzione alla questione “bonapartista”e non solo alla questione del federalismo (Titolo V). Sulla quale non avevo affatto condiviso le decisioni della sinistra. Avevo sostenuto argomenti simili a quelli che ora condividi.
Con amicizia e cordialità
Guido Bodrato


Sono passati dieci anni dal “referendum confermativo” allora bocciato dagli elettori. Molti degli argomenti avanzati a sostegno del pluralismo e della partecipazione, contro la concentrazione del potere, cioè per il NO, restano validi anche oggi.
Ho tuttavia l'impressione che alcuni leader si siano scambiate le parti in commedia. Oggi è Berlusconi a temere il “regime”: forse perché gli elettori gli hanno voltato le spalle... E i profondi mutamenti nell’orientamento degli elettori, in vista delle prossime amministrative, aggiungono altri argomenti alla mia critica alla filosofia del bipolarismo. D’altra parte, abbiamo messo a confronto le diverse opinioni in alcune occasioni, prima con Ceccanti e poi con Tonini... Ed è naturale che il confronto continui.
Per parte mia non chiuderò mai il discorso affermando: “O mangi questa minestra, o salti da questa finestra.”
Potrei ripubblicare, con poche correzioni, l’articolo scritto su “Il Nostro Tempo” nel marzo del 2005. E non per nostalgia.


Carlo Baviera - 2016-05-26
Come sempre condivido quanto sostiene Guido. Noi dobbiamo continuare parlare (e poi a rispondere nel Referendum) della sostanza della Riforma, non dimenticando della contestuale legge elettorale, che a me non piace molto. Si cono cose anche buone nella Riforma e si sono fatte modifiche in linea con le concezioni prevalenti (ma tutte giuste?) di questi anni; però anch'io credo che non si debba essere messi di fronte al "o mangi questa minestra, o salti la finestra". Che non ci siano proposte migliori, o che non si sia convinti di altri suggerimenti, non vuol dire che si deve per forza votare sì, perchè altrimenti non si cambia mai. Cambiamo, ma se siamo convinti e se serve ad aumentare spazi di democrazia, non solo per efficienza o minori costi, o centralizzare ogni decisione.
Mario Chiesa - 2016-05-25
Se non ho letto distrattamente, qui si parla di metodo; ho qualche dubbio (pochi) su come la riforma è stata approvata in Parlamento; ne ho di più su come ci si avvia al referendum. Ma il nodo per me è: la riforma proposta è accettabile o no (non chiedo che sia perfetta)? in che non è accettabile? Su questo vorrei leggere opinioni. Se una medicina mi giova, la prendo; che me l'abbia passata il SSN, che l'abbia pagata io; che (caso disperato!) l'abbia dovuta rubare.
Rodolfo Buat - 2016-05-25
La qualità dell'impegno politico e la passione democratica di Guido sono fuori discussione. Lo abbiamo seguito nella difficile stagione del confronto e abbiamo assistito alla progressiva deriva (salvo eccezioni che pure vi sono state). Anche oggi non abbiamo altri riferimenti culturali certi e motivanti. Tuttavia questa discussione sulla riforma istituzionale deve tenere conto (e una certa sinistra non lo ha fatto) che la questione prima che politica è economica. Il Paese è stremato, i giovani senza prospettive, la costruzione del cambiamento difficilissima. Prevalgono mafie e corporazioni. Le istituzioni democratiche non sanno trasmettere speranza. Siamo sicuri che la riforma di Renzi sia lo scenario peggiore possibile? E' la domanda dalla quale sono partite le mie riflessioni.
giuseppe cicoria - 2016-05-25
Complimenti a Guido. La memoria storica dei saggi è essenziale per scongiurare errori fatali. Le considerazioni dei cosiddetti progressisti mi spaventano quando si parla di Costituzione. Sono invece disponibile ad accettare i loro discorsi quando si parla di leggi ordinarie perché quando i loro errori vengono a galla è sempre più facile porre rimedi.
Domenico Piacenza - 2016-05-24
Mi permetto due sole considerazioni in punto alla scelta per il "no" di Guido e di Risso. E' verissimo che il governo ha imposto in modo truculento l'opzione favorevole alla riforma della Costituzione, riforma che non è certo una bella riforma, ma è altrettanto vero che il mondo della sinistra politica (non quella da mercato) non è riuscito a esplicitare, specie e soprattutto in Parlamento, una qualsivoglia proposta alternativa. Direi allora "imputet sibi". E sentendo i grandi giuristi che ultimamente si sono fatti promotori del "no" non mi è parso di cogliere in alcun modo una puntuale contestazione che abbia un minimo senso propositivo. La politica non è anche proposta? Per altro se si vuole continuare un dibattito il più possibile non troppo emotivo, sarebbe utile non dimenticare che anche e soprattutto la Costituzione fa parte dell'ordinamento giuridico e quindi è essenzialmente uno strumento contemporaneamente oggettivo e soggettivo. E se è uno strumento lo devo necessariamente rapportare ai fini che spero raggiungere, non sarebbe utile modificarlo o puntualizzarlo quando lo strumento appare non completamente idoneo in relazione agli effetti che il tempo, la struttura sociale (non si parla più di demografia), quella economica hanno determinato sulla la realtà ? Non sarebbe forse opportuno avere anche un poco più di attenzione alla dimensione sovranazionale e non pensare sempre al "Consigliere di frazione" di venerata memoria (chiedo scusa per l'impudenza). La nostra storia è sempre stata quella di combattere la concentrazione del potere specie e sopratutto all'interno degli schieramenti politico-partitici (quella contro la dittatura l'aveva fatta la Resistenza), ma per merito sopratutto di Guido e di altri pochi validissimi soggetti, l'abbiamo fatta sempre in positivo anche quando sapevamo dell'inutilità immediata delle nostre scelte. Non vorrei che talvolta ce ne dimenticassimo.