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AAA Imprenditori cercasi
 
di Alessandro Risso
 

Piercarlo Frigero è un economista esperto di politiche industriali e da sempre “innamorato” della manifattura. È il primo esperto ospite del seminario che i Popolari torinesi dedicano al problema dei problemi: come creare lavoro. “Ho una sola risposta: si può creare lavoro creando impresa, attraverso una politica industriale che favorisca il trasferimento di tecnologie progredite”. In teoria il nostro amico docente di Economia applicata avrebbe voluto finire con questa enunciazione il suo intervento, ma ha argomentato e ampliato la sua risposta per un’ora intera.
“Non parlo di diritto del lavoro né di politiche di sostegno alla domanda. Chiediamoci cosa succederebbe se potessimo dare 500 euro mensili in più a ogni famiglia italiana. Consumare di più fa produrre di più, e porta alla creazione di nuovi prodotti. Ma come verrebbero spesi questi soldi? Una parte consistente se ne andrebbe all’estero. Siamo sicuri noi italiani di avere sufficiente capacità di produrre i beni che possono venire richiesti oggi?”. Si ricade sempre sulle politiche industriali, “perché a creare lavoro sono le imprese. Chiediamoci però se in Italia non c’è una carenza di imprese, se esiste la capacità di fare impresa”. Che le imprese italiane siano adeguate a competere nelle sfide dell’economia globale e a superare la crisi è perlomeno dubbio, alla luce di quanto accaduto negli ultimi decenni.
“L’Europa agisce sulla politica monetaria. Lo Stato italiano per l’alto debito pubblico non è in grado di fare politiche anticicliche, necessarie in periodi di crisi”. Vincoli e obblighi comunitari cercano di instaurare comportamenti virtuosi evocando scenari drammatici. “Chissà poi perché mai l’onere del riequilibrio deve toccare ai Paesi deboli e non ai Paesi forti?” si è domandato Frigero. “La politica di favorire investimenti con tassi di interesse scesi a livelli irrisori è già stata sperimentata in Giappone. L’offerta di moneta a prezzo bassissimo non implica necessariamente che le imprese facciano richiesta di denaro per ampliare le loro capacità produttive. Quando si raggiunge la fase più depressa, la ripresa parte da imprenditori che investono per trovare nuovi prodotti e nuovi mercati”.
E ritorniamo così alla capacità di fare impresa. “Il problema italiano è la carenza di imprenditorialità. Se cerco sul web siti di imprese italiane ne trovo di una straordinaria vitalità. Ma non bastano, bisogna averne molte di più. Gli indicatori europei sulla capacità di innovazione non ci collocano certo tra i Paesi più brillanti. Un tempo l’Italia puntava sulla grande impresa per competere sui mercati mondiali. Ho sempre un grande rimpianto per l’Olivetti, che non riesco a togliermi. Le ricerche sulla crisi della grande impresa italiana negli anni 70 e 80, dicono che il vero problema è il mancato ricambio, come avviene di norma negli Stati Uniti, dove il sistema produttivo crea sostituti adeguati. In Italia, persa l’Olivetti, l’informatica è finita. Ma ci sono altri tormentoni della politica industriale. Emblematica la crisi De Tomaso: anni fa, si pensava che la FIAT a Torino sarebbe stata sostituita dai vari Bertone, Giugiaro, De Tomaso. Abbiamo visto cosa è successo. Si è dato un ruolo di intermediazione agli Enti locali, in perenne cerca di nuovi proprietari per aziende in crisi. Un ruolo improprio, che spetterebbe a consulenti aziendali, titolati a suggerire nuove politiche industriali e portare redditività. Non risolve la crisi di un’azienda il tamponamento di situazioni con la sola assistenza”.
C’è quindi una crisi di idee, prima ancora che una mancanza di denaro. “Chi mette i soldi per i nuovi investimenti? I piani industriali come vengono finanziati? Ricordo un’osservazione di Bodrato: in Italia i soldi ci sono a sufficienza. Ma dove vengono investiti? I cinesi si sono comprati la Pirelli. Ed è solo una delle cessioni eccellenti di imprese italiane a investitori esteri. Ma le grandi famiglie del capitalismo italiano, dove mettono i soldi delle cessioni di imprese? Sono quasi tutti investimenti finanziari. Bisognerebbe creare imprese attraverso famiglie che hanno denaro per promuovere aziende innovative. Qui è la grande carenza del nostro Paese”.
Poi certamente occorrono delle riforme per migliorare il contesto in cui si attuano le politiche industriali (burocrazia, giustizia civile, mercato del lavoro ecc.) e delle scelte politiche coerenti: “I Piani di settore erano un mezzo valido per guidare le politiche industriali. Qualcosa di simile potrebbe tornare, con il governo che indica obiettivi progrediti in diverse filiere – come avviene in Francia – e non solo nelle tecnologie avanzate. I Poli di Innovazione sono un tentativo interessante, ma i centri di eccellenza dell’area torinese, che aveva il Centro Ricerche Fiat e lo CSELT, compaiono poco nelle attenzioni generali, più attratte da altri settori, come il turismo e l’enogastronomia. Ci sono anche oggi esperienze interessanti, come il Bioindustry Park, ma sono troppo poche”.
Frigero ribadisce il pensiero tradizionale di chi considera sempre “la manifattura come sempre attività di base, perché i servizi, se non poggiano su una industria del proprio territorio, significa che vivono di trasferimenti. La grande azienda creava un indotto diffuso: ricordo ad esempio la rete di ristoranti nei paesini intorno a Ivrea, capitale dell’informatica”.
Dal dibattito con gli intervenuti sono ancora derivate precisazioni e nuove considerazioni. “L’analisi delle imprese nei diversi settori produttivi dice che gli imprenditori capaci esistono, ma sono insufficienti. E c’è un problema culturale, di consenso intorno all’impresa: requisito fondamentale per la solidità del sistema produttivo. In Giappone il dipendente protestava in silenzio, lavorando con una fascia al braccio: bastava quel gesto e il padrone si preoccupava e cercava di capire e risolvere i problemi. L’imprenditore italiano non ci farebbe caso”.
Aziende di qualità, ad alto valore tecnologico, hanno bisogno di lavoratori di qualità: “La formazione è essenziale, ma il numero dei laureati non è indicativo. Conta in cosa si è laureati: o fai lavori che servono agli altri o la laurea vale poco. La formazione va indirizzata a ruoli che valorizzino le conoscenze innovative, e non penso solo ai settori scientifici e tecnologici. Un impegno concreto per il lavoro ai giovani? Far sì che padroneggino un paio di lingue oltre all’italiano. Occorre favorire lo studio all’estero, che però costa caro. Ecco allora che bisogna moltiplicare le occasioni di scambio anche, ad esempio, con la rete delle multinazionali cattoliche”.
Ma per quanto possano essere preparate le nuove generazioni, ci sarà ancora lavoro per tutti in una economia sempre più tecnologica? “La crescita della produttività del lavoro, come aveva predetto Keynes, supera la crescita della domanda. Lavorare di meno significa avere più tempo per fare altre cose. Di fatto la nostra economia di mercato non sa ridistribuire il lavoro, ma non è una soluzione lavorare meno per lavorare tutti. Occorre, lo ripeto, favorire il trasferimento di conoscenze e tecnologie, il saper fare, per aumentare il numero di imprese che competono e possono creare lavoro. Il nodo critico, oggi, è il trasferimento di tecnologie”.
Non c’è un problema di eguaglianza, chi ha troppo e chi troppo poco? “Il mondo evolve, ma non so come. Non mi interessa se Marchionne guadagna 100 volte quello che guadagno io. Come disse un delegato ONU del Bangladesh, non è importante che i miei compatrioti guadagnino come gli occidentali, ma che abbiano di che vivere dignitosamente. Penso che nei cambiamenti in corso debbano comunque rimanere due fattori di eguaglianza: la sanità e la scuola, dove devono venire impiegate risorse adeguate. La formazione è basilare per contribuire al cuore della ripresa, la capacità di innovare nei settori industriali. Bisogna però avere il coraggio di dire che nella ricerca, e nella destinazione dei fondi, certi settori sono meno importanti di altri”.


beppe mila - 2015-04-27
Sarò banale ma condivido anch'io in toto le considerazioni di Ladetto, specie nella seconda parte e nel finale, quando si parla senza ideologie dei problemi e delle aspettative del sud del mondo. Sarò ripetitivo ma ritengo che la cultura socioeconomica e geopolitica di Ladetto siano particolari e siano un patrimonio che i Popolari dovrebbero sfruttare di più.
Andrea Griseri - 2015-04-27
Si crea un eccesso di manodopera o di competenza: per soddisfare la domanda occorrono meno operai e meno lavoratori della conoscenza; allora bisogna inventare nuove attività nuove occasioni di impiego: temo che il privato non sia in condizione di farlo. Occorrerà reinventare il ruolo delle istituzioni , pensare a una nuova stagione di interventismo evitando gli errori del passato. Non è indifferente che Marchione guadagni 400 volte un suo collaboratore quando il rapporto dello stipendio di Valletta era di 1 a 40. Il problema dei supercompensi di cui beneficia la casta dei top manager è una delle gravissime storture dell'economia contemporanea. Mi stupisce che troppo di rado gli economisti ragionino come se la crescita indefinita fosse una concreta possibilità: ha ragione Ladetto il lavoro e il benessere possono essere creati in un contesto di risorse finite, il consumare dovrà essere rimodulato. E' una sfida enorme ma una strada obbligata.
franco maletti - 2015-04-23
Mi spiace, ma trovo più convincenti e soprattutto concrete le argomentazioni di Giuseppe Ladetto. Aggiungo uno provocazione, valida per il prossimo incontro: "Tutti i contratti di lavoro nazionali sono "costruiti" su un modello di impresa che ha fatto il suo tempo e che impone modifiche radicali sia sul piano organizzativo che sul piano normativo. Troppe leggi e regolamentazioni seguono questo modello, privilegiando alcune classi di lavoratori e tenendo in scarsa considerazione le nuove figure lavorative emergenti. Il sindacato difende le sue roccaforti ideologiche ed il vecchio modello ponendo un freno a qualunque tipo di adeguamento alla realtà. Occorre un salto culturale che tenga conto dell'ambiente e del territorio, che privilegi le ricchezze, anche artistiche, di quest'ultimo. Lasciando alla spalle il vecchio modello industriale ed i suoi feticci. Tutto questo ricorda l'apologo del vecchio e il mare. Esiste qualcuno in grado di uscire nuovamente in mare aperto, magari attraverso nuove ed originali alleanze sociali, pronto per ricominciare tutto daccapo?"
giuseppe cicoria - 2015-04-23
Condivido appieno le considerazioni di Ladetto. Mi permetto di riproporre un'altra che ho prospettato al professore che però si è dichiarato non competente nel campo finanziario. Il lavoro è carente in tutto il mondo ma in Italia ancora di più. Perché è noto che il maggior assorbimento di mano d'opera avviene nelle grandi aziende che di norma sono quotate in borsa il cui capitale è rappresentato di azioni. Nelle aziende medio piccole, invece, l'assorbimento è polverizzato e il capitale è prevalentemete nelle mani di singoli o di persone legate da rapporti familiari o di amicizia e non sono quotate in borsa. La nostra Borsa è asfittica e gli aumenti di capitale, che potrebbero servire ad ampliare la produzione e, quindi, il lavoro, è merce rara. Gli italiani che hanno grandi disponibilità di risparmi direttamente o tramite promotori finanziari non investono quasi mai in Italia ma all'estero. Ciò è dovuto alla bassa remunerità ed alla carenza di difesa del risparmio investito. Sono note infatti le "truffe legali" subite da milioni di piccoli risparmiatori a seguito di acquisizione fatte "a debito", con aumenti di capitale fatte con falsificazioni di bilanci (non puniti) o con prebende indebitamente trattenute dai CEO o presidenti. Queste aziende se vogliono, ora, denari debbono emettere obbligazioni che hanno un costo finanziario superiore. La competitività va a farsi benedire: non si investe; anzi si delocalizza; il lavoro non aumenta ma anzi diminuisce!
Giuseppe Ladetto - 2015-04-23
Frigero è una persona preparata, simpatica, molto aperta e disponibile, avendolo ascoltato di persona. Ha trattato alcune questioni essenzialmente legate al contesto piemontese e nazionale. Sul tema centrale della questione della mancanza di lavoro non ho tuttavia colto indicazioni significative sulla diagnosi del male. Frigero ha evidenziato che il miglioramento della produttività del lavoro (ad opera di tecnologie o di riorganizzazioni innovative) riduce, come è ovvio, la mano d’opera necessaria per unità di prodotto, e mi pare abbia riconosciuto che gli incrementi della produzione, nel contesto attuale di ridotta crescita della domanda, non siano sufficienti a mantenere l’occupazione. Ci ha detto che è un fatto inevitabile sul quale è oggi impossibile prevedere come andrà a finire. Due sue indicazioni mi sono parse nette. La strada del lavorare tutti, lavorando meno non è da lui condivisa. L’unica cosa importante è puntare sulle imprese capaci di innovare sulle tecnologie produttive e sulla qualità dei prodotti. Circa il lavorare meno, lavorare tutti, evidenzio che, a partire dall'Ottocento per arrivare agli anni Ottanta, si è avuta una considerevole riduzione degli orari lavorativi (dalle 12-14 ore giornaliere per 6 giorni alla settimana alle 36-40 ore settimanali). Da circa trent'anni il fenomeno di riduzione si è fermato, ed anzi con gli straordinari ha fatto in parte marcia indietro. Perché? Credo che ciò dipenda dalla globalizzazione: per competere nel mercato planetario con i paesi emergenti, le imprese dei paesi occidentali traducono tutta la riduzione dei costi da innovazione tecnologica in riduzione dei prezzi. Rimanendo in un mercato globale, non sarà possibile, almeno per vari decenni, seguire la via del lavorare meno lavorare tutti. Quanto all'innovazione tecnologica come unica arma per creare lavoro, mi restano dei dubbi. E' una risposta per tutti i paesi, o un mezzo per essere tra i non molti vincenti nella gara all'ultimo sangue che caratterizza il mondo attuale? Mi è parso di capire che l’innovazione dovrebbe portare alla creazione di nuovi beni e di nuovi servizi che andrebbero ad alimentare una nuova domanda e così creare occupazione. Qui Frigero, come tutti gli economisti, non prende in considerazione i limiti dettati dalla carenza di materie prime (rinnovabili e non) e dall'impatto ambientale delle attività produttive. Che il modello di consumi dell’Occidente non sia estendibile all'intero pianeta è evidente. Frigero (citando una personalità asiatica) dice che alle persone dei paesi del sud del mondo non interessa quanto guadagna e consuma un americano o un occidentale; ciò che loro importa è avere una vita dignitosa. Ma le cose non stanno così. In primo luogo, l’impronta ecologica (la superficie bioproduttiva necessaria a per soddisfare i bisogni di una persona) media planetaria è di 2,2 ettari, già superiore alla superficie biodisponibile pro capite, 1,98 ettari. Ora, se l’impronta ecologica di un americano è di 7-8 ettari e quella di un eritreo è di 0,2-0,4 ettari, è ovvio che quest'ultimo non potrà migliorare la sua situazione senza che si riducano i consumi degli americani e più in generale degli occidentali. Altro aspetto, non è vero che gli abitanti del sud del mondo siano indifferenti a come vivono gli occidentali. Alla base della crescente ondata migratoria c’è proprio l’aspirazione a vivere nell'Occidente come vivono gli occidentali. In ciò, mi spiace confutare quanto anche larga parte del mondo cattolico dice: non sono i più poveri, i più minacciati a fuggire con ogni mezzo dai loro paesi per raggiungere l'Europa; sono invece prevalentemente persone con qualche disponibilità economica, con un discreto grado di istruzione, e certamente con maggiore intraprendenza della grandissima parte degli africani.