Stampa questo articolo
 
La classe dirigente all’epoca di Renzi
 
di Alessandro Risso
 

Grazie al suo ultimo libro fresco di stampa (Renzi e la classe dirigente, Rubbettino Editore) l’amico Giorgio Merlo ci permette di riflettere su un argomento centrale per il futuro e la qualità della nostra democrazia (e quindi della nostra società di domani): chi seleziona e, soprattutto, chi forma la classe dirigente del nostro Paese?
La crisi della politica e della democrazia rappresentativa prevista dalla Costituzione, dovuta alla delegittimazione che i “politici” hanno accumulato con Tangentopoli prima e con i ripetuti scandali della Seconda Repubblica berlusconiana poi, è oggi arrivata al punto più basso, con l’incredibile quota di astensionismo (il 63%!) registrato in una regione di tradizionale partecipazione come l’Emilia Romagna. Il nodo della formazione e della selezione dei quadri dirigenti diventa quindi una priorità assoluta per chi ha a cuore la credibilità delle Istituzioni. Dai limiti del professionismo politico nei partiti della Prima Repubblica siamo passati al servilismo e all’improvvisazione dei “nominati” nei partiti personali dell’ultimo ventennio. Tuttavia noi Popolari continuiamo a pensare che i partiti abbiano una funzione essenziale in una democrazia rappresentativa. Rischiamo così di passare come “antiquati”, nel più benevolo dei giudizi; eppure non siamo ancora così demotivati da abdicare ad un ruolo di sentinelle della democrazia, nella lunga notte della mala politica. Riporto un brano del libro di Merlo che ben esplicita alcune delle nostre convinzioni: «Servono partiti che privilegino la democrazia al proprio interno e che non si fidino dell’uomo solo al comando attorniato, come puntualmente capita, da cortigiani e clientele dediti esclusivamente all’applauso e all’esaltazione acritica. L’ormai celebre partito di “liberi e uguali” di impronta popolare di sturziana memoria non può e non deve essere frettolosamente archiviato. Del resto la democrazia nel partito e la democrazia dei partiti restano due capisaldi essenziali per chi continua a credere che la politica non possa essere appaltata a un leader salvifico o alla pura influenza mediatica». E in ogni sistema politico la selezione della classe dirigente «continua a essere un elemento portante che misura il profilo democratico di un partito. Se l’investitura dall’alto precede la legittimazione democratica dal basso, il partito è destinato inesorabilmente a trasformarsi in un luogo autoreferenziale, dove la fedeltà al capo vince su qualunque altro criterio. Lo strumento della cooptazione,a qualunque livello e in qualsiasi luogo, è sempre da respingere. Non c’è rinnovamento senza una selezione democratica della classe dirigente».
Da queste poche righe si capisce bene quanto sia centrato e attuale l’instant book di Giorgio, e quanto si collochi nel solco di impegno culturale e civile dei cattolici democratici.