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Il lavoro che manca: le colpe del sindacato
 
di Franco Maletti
 

Possiamo dire che il sindacato è perlomeno corresponsabile della crisi italiana?
È indubbio che il sindacato, nel corso del tempo, si è progressivamente burocratizzato: limitando il suo ruolo a riferimenti comuni che prendevano come modello standard la fabbrica con qualche centinaio di dipendenti del settore metalmeccanico (ricordate la famosa definizione di “punta di diamante” delle lotte sindacali?).
È finita così che, tranne rare eccezioni, tutti i contratti nazionali di lavoro (sono più di 200 solo nel settore privato) sono stati costruiti sul quel modello per quanto riguarda la classificazione retributiva, gli orari, i riposi, le maggiorazioni, le ferie, gli scatti di anzianità, la malattia… Penalizzando, non di poco, le varie specificità e le varie esigenze produttive.
La cecità ideologica del sindacato non ha tenuto conto dei cambiamenti che avvenivano nel mondo del lavoro e, nella presunzione di rappresentare tutti, ha spesso imposto una sua visione attenta nel fare gli interessi dei suoi tesserati piuttosto che, ad esempio, degli impiegati.
Pur essendo progressivamente scomparsa dai posti di lavoro la figura tradizionale dell’operaio, per lunghi anni questa figura ha continuato ad essere l’ossessivo riferimento del sindacato nella contrattazione. Allo stesso modo e per le stesse ragioni, le piattaforme rivendicative hanno perseverato nel proporre aumenti in cifra fissa uguali per tutti: al di là degli effettivi meriti e competenze. Il potere contrattuale delle categorie di lavoro “forti” sul piano della mobilitazione ha aumentato il divario economico-normativo con le categorie più deboli: l’abolizione di fatto del meccanismo della scala mobile ha polverizzato per molti contratti di lavoro “minori” la possibilità residuale di mantenere livelli retributivi accettabili. Qualche cinico sindacalista commentava a chi protestava per questa scelta: “Così i lavoratori che vorranno gli aumenti si dovranno iscrivere al sindacato e lottare insieme agli altri. Basta con gli automatismi retributivi. Il sindacato così sarà più forte”.
Accade così da anni che nei contratti minori, di fatto, le figure ad alto contenuto professionale abbiano dei minimi retributivi inferiori a quelle di livello professionale medio nei c.d. “contratti forti”. Oltretutto, la contrattazione integrativa – possibile soltanto in aziende medio-grandi e quindi sindacalizzate – accentua ancora di più questo divario retributivo.
Ecco, per estrema sintesi, come il mondo del lavoro ha finito con lo scindersi in due parti: da una parte i lavoratori iperprotetti e ipergarantiti (tutelati dal sindacato in quanto a stragrande maggioranza tesserati), insensibili all’altra parte di lavoratori privi di tutele e che oggi sono la maggioranza.
Come può il sindacato pretendere di essere rappresentativo dell’intero mondo del lavoro quando in realtà non è altro che un portatore di interessi dei suoi tesserati?

Un po’ come avviene nella politica, dove la convenienza a occuparsene si ha soltanto nella imminenza delle competizioni elettorali, così nel sindacato c’è, un po’ da sempre, la tendenza a iscriversi nell’imminenza dei rinnovi contrattuali. Superati i turbolenti anni Settanta e Ottanta, le ragioni di mobilitazione e di lotta si sono affievolite: un po’ perché le spinte ideologiche hanno cominciato ad attenuarsi, e un po’ perché, a partire dagli anni Novanta, alcuni importanti cambiamenti si verificavano. La caduta del muro di Berlino ha aperto nuovi mercati e la crisi ha cominciato lentamente a serpeggiare con i primi trasferimenti all’estero di importanti attività produttive.
Di fronte a questo scenario, il sindacato ha cercato spazio e ragione perché il lavoratore continuasse a essere iscritto. Attraverso tutta una serie di “servizi complementari” offerti al tesserato: uffici vertenze, consulenze legali gratuite, consulenze sulla casa e sui problemi condominiali, servizi di patronato, cause legali, agenzie di viaggi, CAF, associazione per la difesa dei consumatori, formazione, attività di solidarietà internazionale, ufficio stranieri, fondi pensione alternativi di categoria, commercio equo e solidale, presenza in Enti e Fondazioni, gestione di cooperative, radio private, organizzazione del tempo libero, servizi per gli anziani, centro studi. Oltre a convenzioni con supermercati e gestori di attività varie attraverso sconti ai tesserati.
Quasi senza rendersene conto, il sindacato ha finito progressivamente con lo snaturarsi, perdendo la sua funzione originaria e diventando una via di mezzo tra una imprenditorialità alternativa e una rappresentanza dei lavoratori ammorbidita e modellata in funzione di una “pace sociale”: da una parte resa necessaria dall’avvicendarsi di “governi amici”, e dall’altra per consentire alle aziende “controllate” quella pace sociale necessaria per competere su un mercato sempre più difficile.
Per quanto riguarda il settore pubblico, il cambio della guardia comportato dalla scomparsa della Democrazia Cristiana ha comportato da parte dei dipendenti un corrispondente cambio di tessera. Ma nessun cambiamento è avvenuto nei rapporti sindacali con le varie Amministrazioni in quanto, probabilmente, in cambio del contenimento delle rivendicazioni di piazza è rimasto inalterato il mantenimento di rendite e di privilegi per i dipendenti.
Viene quindi da chiedersi: come può un sindacato uscito strutturalmente indenne dalla Prima Repubblica proporsi ancora oggi come rappresentante esclusivo dell’intero mondo del lavoro nel momento in cui il suo “sembrare” ha di gran lunga sostituito il suo “essere” delle origini? Quale utilità, quale contributo, quali proposte può fare? È in grado di capire la situazione fino in fondo dopo aver soltanto fatto la parte dello spettatore? Quali novità diverse dal NO sistematico a ogni forma di cambiamento in contrasto con le sue vecchie ideologie è disposto ad accettare?
La risposta a queste domande non può che partire da questa considerazione: oggi il mondo del lavoro è sempre più dinamico, con meno riferimenti stabili, con ridotta rappresentatività da parte delle organizzazioni sindacali. Ragion per cui, l’iscritto tipo dal quale il sindacato trae l’ispirazione per le sue rivendicazioni è la parte residuale di un’epoca che sembra essere finita per sempre: quella della “società industriale” e di tutte le ramificazioni lavorative ad essa connesse.

Dopo avere dormito per anni, oppure dopo essersi occupato quasi esclusivamente di altro (fondi pensione alternativi di categoria in primis), oggi il sindacato sta concentrando i suoi sforzi nel difendere la legislazione del lavoro da ogni tentativo di suo arretramento. Ma, con una percentuale di disoccupazione che in Italia è altissima, soprattutto tra i giovani, si tratta di una missione praticamente impossibile. E per tutta una serie di ragioni.
In una situazione di libero mercato, chi non rispetta le regole comportandosi disonestamente, danneggia innanzitutto chi le regole le rispetta. Se a questo si aggiunge la possibilità “legale” di usufruire di alcune deroghe (attraverso agevolazioni contributive e fiscali, applicazione di contratti di lavoro di minor costo, utilizzo di stratagemmi quali da delocalizzazione in Paesi fiscalmente più convenienti, la produzione di semilavorati all’estero…) il gioco è fatto. Senza contare la piaga dell’evasione fiscale e del lavoro nero: quest’ultimo con una vertiginosa offerta a disposizione derivante dalla massa di disoccupati alla ricerca di un guadagno qualsiasi che consenta di tirare avanti.
Nelle aziende tradizionali medio-grandi, dove il sindacato è quasi sempre presente, non soltanto i controlli sono rigorosi e tali da impedire violazioni contrattuali e di legge, ma la “zavorra” di contratti integrativi aziendali sottoscritti nei periodi di maggior benessere pesano ulteriormente come macigni rispetto alle nuove attività concorrenziali che si presentano sul mercato applicando contratti di lavoro dai costi economici nettamente inferiori e, tuttavia, nel pieno rispetto della legge. Le aziende “vecchie”, perché operanti sul mercato da maggior tempo, difficilmente hanno bisogno di assumere, in quanto il loro organico è saturo al punto che spesso ricorrono alla cassa integrazione per non dover licenziare. Finisce così che i vantaggi della c.d. “precarizzazione del lavoro” diventano una esclusiva di chi, concorrenzialmente, è già avvantaggiato. A tutto ciò si aggiunge una concorrenza internazionale da parte di aziende di Paesi quasi privi di legislazione del lavoro e di welfare: e, per questi motivi, così avvantaggiate che molte aziende italiane si sono trasferite in quei Paesi e molti investitori vi hanno spostato le loro finanze. L’intera Italia è diventata una zona economicamente depressa: un po’ come il Sud degli anni Cinquanta. Anzi, più forte era la presenza delle industrie (Torino), maggiore è la crisi occupazionale.
Questa Italia, economicamente trasformata in un immenso Sud, mi riporta a quarantacinque anni fa quando visitai da giovanissimo sindacalista i Poli Industriali del Sud: Napoli, Brindisi, ma soprattutto Taranto con le sue acciaierie separate dalla città da un ponte girevole, e la piana di Gioia Tauro con gli olivi secolari sradicati per fare posto al costruendo porto. Ero portato a osservare che non era quello lo “sviluppo” di cui quegli splendidi posti avevano bisogno: con le loro bellezze naturali, il loro mare cristallino, i loro angoli di paradiso, i luoghi d’arte e di cultura.
Ricordo altrettanto bene, che quando facevo loro osservare che le industrie, insieme a un benessere per pochi, portavano deturpamento del territorio, inquinamento, distruzione delle risorse artigianali locali, della pesca, del turismo (per la verità ancora scarso), dell’agricoltura e dei suoi prodotti, i lavoratori di quelle aziende rispondevano risentiti: “È facile, per voi del Nord, fare queste discorsi. A noi non importa che ci siano fabbriche che inquinano, quello che per noi conta è il lavoro. Anzi, se vi schifa tanto il lavoro delle vostre fabbriche, trasferitele qui, che ci lavoriamo noi!”. Con la testa riempita di teorie e di ideologie queste risposte sconcertavano sia me che i miei colleghi del Centro Studi. L’unica risposta di una certa logica che riuscivamo a dare a questi ragionamenti degli operai era che si trattava di “fatalismo”: un fatalismo portato da una fame atavica, e che si accontentava di qualunque compromesso, pur di uscire dalla povertà.
Se ho ricordato questo episodio è perché ritengo che oggi la situazione sia molto simile e che riguardi l’Italia intera. Ragion per cui, un sindacato che oggi è arroccato sulla difesa a ogni costo dei diritti acquisiti e che fanno parte di un “periodo d’oro” che non c’è più, oggi rischia di essere considerato un “nemico” proprio da quel mondo del lavoro che pretende di rappresentare nella sua interezza.
(4. Continua)


Gianni Visconti - 2014-12-07
Condivido, precisando che il sindacato difendendo i BENEFICI dei lavoratori di Alitalia, delle società pubbliche, della P.A. Ha tolto risorse ai settori produttivi, Inoltre difendendo chi rubava, si assentava dal lavoro, o non rendeva un servizio e viceversa creava ostacoli ai cittadini, chi veniva scoperto corrotto, etc ha fatto si che l Italia da AAA sia passata a BBB- con l indifferenza di tutti.
Carlo Baviera - 2014-11-15
Si dice, nel testo, di operatori economici e aziende che non rispettano le regole comportandosi disonestamente, danneggiando innanzitutto chi le regole le rispetta; della possibilità “legale” di usufruire di alcune deroghe (agevolazioni contributive e fiscali, applicazione di contratti di lavoro di minor costo, utilizzo di stratagemmi quali la delocalizzazione in Paesi fiscalmente più convenienti, la produzione di semilavorati all’estero…); della piaga dell’evasione fiscale e del lavoro nero. Almeno queste cose dovremmo non metterle a carico del Sindacato. Non voglio e non tocca a me prenderne le difese (non ne ho competenza), ma per tanti aspetti anche il sindacato, con tutte le sue "colpe e difetti", è una vittima di leggi e globalizzazione selvaggia e mancanza di etica in economia. Credo che tante conquiste le dobbiamo alla storia e all'impegno del sindacato. Il rischio oggi di sparargli contro, e ce ne sono le ragioni, è di contribuire a spazzare via tutte le conquiste anche economiche di una generrazione e di costruire un futuro lavorativo senza regole e sicurezze per la nuova generazione. Non continuiamo a fomentare la guerra tra generazioni. E non sottraiamo le certezze a chi le ha raggiunte in una vita di lavoro per consentire agli interessi economici di creare situazioni occupazionali nuove basate sull'incertezza, bassi stipendi, e pressochè nulla pensione
Gianni visconti - 2014-11-13
I sindacati hanno accettato le baby pensioni, il non licenziamento nella P.A. nei casi di reati (furto, corruzione, assenze ingiustificate dal lavoro, etc.), difeso privilegi, quali commessi del parlamento, dipendenti ferrovie, Alitalia etc, .. Hanno bruciato ricchezza e reso impossibile ogni investimento in innovazioni e ricerca. Concludo con la vergognosa situazione della sanità, che come una mucca e stata munta senza pensare al suo futuro e dimenticandosi dei precari.
Giorgio merlo - 2014-11-12
Bravo Franco. Ottima riflessione. Peccato che oggi le riflessioni politiche siano del tutto ininfluenti rispetto alla spettacolarizzazione e alla demagogia galoppante.
Paolo Picco - 2014-11-10
Bellissimo pezzo che fotografa, come meglio non si potrebbe, il pensiero sul sindacato largamente diffuso tra i giovani (e meno giovani) privi di tutele e privilegi da difendere: cimitero degli elefanti.