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Lavorare per produrre beni di qualità sociale
 
di Daniele Ciravegna
 

“Il lavoro che manca è il problema dei problemi”: questo il titolo della riflessione promossa dall’Associazione Popolari torinese. Questo dibattito non può non iniziare con la riflessione madre del significato e del ruolo del lavoro.
Il mio contributo parte dal pensiero proprio della Dottrina sociale della Chiesa: il lavoro è bene fondamentale per la persona; fattore primario dell’attività economica e chiave di tutta la questione sociale, che non deve essere inteso soltanto per le sue ricadute oggettive e materiali, bensì per la sua dimensione soggettiva, in quanto attività che permette l’espressione della persona e costituisce quindi elemento essenziale dell’identità personale e sociale dell’uomo e della donna. In queste parole, come in gran parte della trattazione del lavoro nell’àmbito delle encicliche pontificie in materia – da ultimo le affermazioni di papa Francesco, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (2014, § 192): “Nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita”; e anche: “il lavoro è qualcosa di più che guadagnarsi il pane: il lavoro ci dà la dignità! (…) Non dire ‘chi non lavora non mangia’, ma ‘chi non lavora, ha perso la dignità!’ (…) Chi lavora è degno; ha una dignità speciale; una dignità di persona: l’uomo e la donna che lavorano sono degni” (Omelia della Messa del 1° maggio 2014) – il lavoro appare come obiettivo finale, quale attività attraverso la quale si realizza la persona, permettendone l’integrale sviluppo.
Ritengo invece corretto inquadrare il lavoro come un obiettivo intermedio. Non certo come lo intendono alcuni, e cioè come sottoposto alle esigenze del capitale e della produzione, bensì quale strumento per poter disporre dei beni atti a soddisfare i bisogni materiali della persona; strumento anche per creare beni relazionali, di cui l’uomo e la donna hanno tanto bisogno quanto i beni materiali; ma non di tutti i beni spirituali: amicizia e reciprocità (che sono acquisibili anche con il lavoro, ma non completamente) e amore.
Dico questo poiché sovente si sente dire che quella certa iniziativa è positiva perché crea occupazione (che una certa opera pubblica ha da farsi perché crea occupazione; addirittura sentir dire – con un accento di positività – ad esempio, che la produzione di foglia di coca e la sua lavorazione in pasta di coca e in polvere di cocaina dà lavoro a migliaia di persone nell’Amazzonia o che la produzione di armi dà lavoro a migliaia di persone!) senza avvertire la necessità di scendere in profondità: lavorare è premessa per avere la produzione di “cose”, ma occorre che queste cose siano “cose buone”, siano “beni”. Non ci si può fermare all’attività produttiva, al flusso di reddito che il lavorare apporta al lavoratore e alla sua famiglia, alla stessa realizzazione della personalità del lavoratore/lavoratrice. Come nella finanza etica si distingue fra “finanza buona” e quella non buona perché finanzia attività ritenute incompatibili con principi eticamente condivisi – come il commercio di armi, il sostegno a regimi dittatoriali e razzistici, attività produttive non rispettose del valore della vita umana, della salute delle persone o dell’ambiente naturale – così non è sufficiente lavorare, ma è necessario che da questa attività sgorghino “cose buone”. Altrimenti il lavoro non compie la sua missione, che consiste nel mettere a disposizione della propria comunità “beni” e non semplicemente “cose” o nel produrre beni per metterli a disposizione di altri, esportandoli, per dare agli altri questi beni di cui essi abbisognano o per avere dagli altri beni che si importano in cambio.
L’umanità ha così tanto bisogno di avere beni essenziali – in presenza di risorse scarse – che è un non senso che così tanti lavoratori producano così tante “cose” con bassa o nulla bontà (e non sto a nominare a quali categorie di lavoro mi riferisco). Il fatto che queste cose abbiano persone disposte a pagare per averle non è motivo eticamente sufficiente per produrle. Si può inoltre ricordare l’affermazione paradossale (dell’economista inglese John M. Keynes) del lavoro consistente nello scavare buche per poi riempirle. Il senso di questa affermazione dev’essere inteso calandola nel contesto della necessità di attivare un effetto moltiplicatore della domanda (che è carente) anche iniziando col fare lavori inutili; ma, se questo è il contesto, tanto varrebbe dare ai lavoratori contributi volti a creare una capacità di spesa supplementare, senza far fare loro attività inutili o dannose (si pensi che un campo in cui si siano scavate buche, per poi riempirle, risulterà sicuramente più brutto di quanto fosse prima del lavoro di escavazione e che la realizzazione della propria personalità, che si ha scavando buche per poi riempirle, non sarebbe di grado elevato!).
In altre parole, anche nei confronti del lavoro occorre applicare l’analisi sull’eticità del suo risultato, per cui il lavoro costituisce un obiettivo intermedio per il raggiungimento dell’obiettivo finale della disponibilità di beni materiali, la creazione di beni relazionali e la realizzazione della propria persona. Quanto al primo punto (“disponibilità di beni materiali”), occorre ricordare il ruolo di bene finale svolto dai soli beni di consumo (gli investimenti sono beni strumentali per poter continuare a produrre anche in futuro e le esportazioni sono altrettanto strumentali per poter avere beni dall’estero); ma gli stessi beni di consumo devono essere attentamente valutati alla luce della loro effettiva rilevanza per il benessere delle persone. Spesso infatti i nostri consumi sono determinati solo dalla pubblicità, dalla convinzione che, se non lo facessimo, diminuiremmo il nostro status o dall’abitudine che ci impedisce persino di immaginare la possibilità di rinunciarvi. Consumiamo beni che in realtà non contribuiscono alla qualità della nostra vita, ma anzi la appesantiscono inutilmente. Consumiamo senza pensare; senza considerare l’impatto sull’ambiente naturale dei nostri consumi; senza ricordare che ogni bene prodotto ha anche un “fardello ecologico” (il quantitativo delle risorse naturali distrutte per produrlo) spesse volte superiore alla sua stessa massa. Questa è la prima riflessione, che vuole richiamare con forza la necessità di un profondo rinnovamento culturale che porti sempre a valutare i danni (alla natura e a noi stessi) che il consumismo e l’edonismo determinano e ci permetta di distinguere ciò che è veramente importante per il nostro benessere da ciò che invece è semplicemente superfluo o magari, talvolta, decisamente inutile e perfino dannoso.
È un richiamo a quanto già san Giovanni Paolo II aveva evidenziato nella sua enciclica Centesimus Annus con la sottolineatura della “domanda di qualità” che promana nei diversi àmbiti. Nel caso particolare dell’attività economica della produzione, ciò significa dire che la valutazione della produzione e della disponibilità dei beni non può essere ridotta a una mera misurazione delle quantità, bensì deve necessariamente coinvolgere la valutazione delle qualità dei beni. Questa distinzione sarebbe superflua se i prezzi fossero buoni misuratori della qualità dei beni stessi, ma ciò sovente non è vero; quindi occorre introdurre una valutazione extracontabile della qualità dei beni; il che non è agevole e richiede la definizione di connotati qualitativi socialmente condivisi.
Potrà quindi succedere che alcuni valori della produzione o di valori aggiunti (valore della produzione al netto dei consumi di beni intermedi) siano negativi poiché negativi sono le utilità o le utilità aggiunte della produzione, con buona pace dei teorici della “decrescita felice”, i quali sostengono che, per aumentare il benessere della comunità, si dovrebbe ridurre la produzione. In effetti, l’eliminazione di uno o più addendi con valore negativo farebbe aumentare il valore della sommatoria delle utilità complessivamente generate dalla produzione.
L’antinomia qualità/quantità, or ora messa in evidenza, dev’essere tenuta in grande considerazione anche in altri contesti analitici; per esempio, con riferimento a un termine cui si fa spesso riferimento nei correnti dibattici politici, economici, etici: la sobrietà. Questa, invocata da molti quale rimedio qualificante nel corrente periodo di crisi, è presentata quale risposta virtuosa poiché – viene detto – nei periodi di crisi occorrerebbe rivedere gli stili di vita e di consumo, riducendo le spese superflue per concentrare la propria domanda sui beni essenziali.
È questo corretto? Lo sarebbe se la situazione corrente fosse quella di un sistema economico in cui c’è eccesso di domanda aggregata rispetto al potenziale produttivo e nella quale occorresse ridurre i consumi per lasciare spazio agli investimenti, appunto per aumentare il potenziale produttivo del sistema. Non lo sarebbe se ci fosse invece un difetto di domanda che bloccasse la crescita economica. In questo secondo caso, la riduzione della domanda di consumo – implicita nel “comportamento sobrio” – sarebbe controproducente e dannoso, poiché farebbe abbassare il livello della produzione delle utilità personali e sociali create dai beni e delle possibilità di accedere a queste utilità da parte delle persone che prima concorrevano a produrle.
Quest’incertezza sul ruolo positivo o negativo che, sulla crescita del reddito e dell’occupazione, può avere il comportamento sobrio riguarda la “sobrietà” intesa nella sua dimensione quantitativa. Nella sua dimensione qualitativa, la “sobrietà” ha invece sempre un significato positivo poiché significa “spendere bene”. Mentre lo “spendere poco” può essere positivo o negativo a seconda della situazione (di eccesso o di difetto) della domanda aggregata rispetto all’offerta aggregata, lo “spendere bene” (nel senso indicato poco sopra) è sempre cosa positiva.
Lo stesso dicasi nei confronti di un altro termine abusato, quello del rigore nella gestione di un’azienda privata o pubblica. D’accordo sul fatto che occorre eliminare gli sprechi (le spese inutili o dannose); ma poi il “rigore” è sempre positivo se inteso come “spendere bene” (rispetto agli obiettivi finali dell’impresa o dell’ente pubblico); può essere cosa negativa se si riduce a significare “spendere poco” a priori, senza considerare la situazione in cui ci si trova, la quale, per il raggiungimento degli obbiettivi finali dell’impresa o dell’ente pubblico, potrebbe aver bisogno di un’azione che “costa”, ma che, appunto perché qualificata, dev’essere intrapresa.
Con quest’ultima osservazione sono giunto alla situazione corrente: l’economia non cresce e le possibilità di lavoro mancano. Perché? In realtà il livello dell’attività produttiva e la sua crescita sono condizionate da quattro fattori: dalla disponibilità dei fattori produttivi (lavoro e capitale) e dalla loro produttività e, in un economia di mercato, anche dalla domanda di beni e dalle scelte produttive fatte dalle singole unità produttive. Nessuno di questi è, in via di principio, più rilevante degli altri; di fatto, il rilevante è quello che, nel momento considerato, è il più basso. Oggi, in Italia e in gran parte dell’Europa, la domanda aggregata è sicuramente la più bassa fra le quattro determinanti dell’attività produttiva e dell’occupazione. Fintanto che quest’ultima non sarà significativamente incrementata (nelle sue componenti più valide: consumi privati e pubblici di qualità e – se del caso, in quanto si pensi che anche il tetto della capacità produttiva del capitale sia prossimo ad essere raggiunto – investimenti pubblici e privati di qualità capaci di aumentare anche l’efficienza del capitale a disposizione), fare riforme che riguardano il lato dell’offerta – per quanto valide esse siano in via ipotetica – sarà del tutto inutile, poiché le imprese non creeranno occupazione solo per coprire posti di lavoro in via teorica convenienti, ma per soddisfare una domanda effettivamente presente.
In conclusione, oggi l’attenzione non dev’essere riposta su azioni riguardanti il lato dell’offerta di beni, bensì sulla valutazione della bontà sociale delle diverse tipologie di domanda di beni: loro natura e loro qualità sociale.


Daniele Ciravegna - 2014-11-10
Caro Beppe, non ridurre la produzione in generale, ma produrre meno beni che creano disutilità sociale, in quanto inquinano o comportano la distruzione di risorse naturali, per definizione non ricreablli in tempi ragionevoli, che vengono sottratte ad altri impeghi socialmente utili o più utili. Questo intendo dire con riferimento all'approccio della "decrescita felice".
Beppe Ladetto - 2014-10-31
Caro Daniele, non condivido l'affermazione che i fautori della decrescita sostengano che per aumentare il benessere della comunità si dovrebbe ridurre la produzione Certo il termine "decrescita" non è ben scelto e conduce ad equivoci. Ma ciò che si intende ridurre è il prelievo di risorse e la produzione di inquinanti per riportarli ad un livello compatibile con l'equilibrio planetario. Tale obiettivo richiede di uscire dalla logica consumistica che sta alla base dell'attuale economia. Condivido molte delle cose che hai scritto, ma rilevo che anche esse non sono realizzabili stante l'assetto economico-produttivo vigente.