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Quando rinasce il centrodestra?
 
di Giorgio Merlo
 

Potrebbe apparire paradossale un esponente del centrosinistra che sottolinea l’importanza di avere nel nostro Paese uno schieramento di centrodestra forte, competitivo e moderno. Ovvero, europeo. Lo dico perché all’indomani dei ballottaggi nei vari comuni italiani e dopo la tornata elettorale europea, è indubbio che l’alternativa al centrosinistra è sempre più il movimento di Grillo e Casaleggio e non ciò che resta del centrodestra.
“Ognuno metta il naso a casa propria”, verrebbe da dire. Ma una sana e fisiologica democrazia dell’alternanza funziona quando si confrontano due schieramenti – o due campi di alleanze – politicamente e programmaticamente alternativi ma che non si prefiggono l’obiettivo di abbattere sistematicamente l’avversario e di annientarlo appena possibile.
Mi rendo perfettamente conto che anche per il PD non è un’operazione facile e scontata consolidare il 40 per cento dei consensi ottenuto alle elezioni europee. Com’è evidente che la geografia politica italiana è talmente mutevole da mettere in discussione ciò che è accaduto ieri nel volgere di pochi mesi. Ma la necessità di avere anche nel nostro Paese uno schieramento conservatore o moderato è un punto fondamentale che caratterizza un sistema politico moderno ed europeo e, soprattutto, che garantisce una normale e tranquilla alternanza di governo.
Ora, è sotto gli occhi di tutti che i numeri delle recenti elezioni, soprattutto locali, hanno consegnato un quadro politico alquanto singolare. Il partito di Alfano, al di là della volontà dei suoi esponenti, è un piccolo gruppo di potere che fa dello “stare al Governo” la sua ragion d’essere. Mentre la neonata Forza Italia sconta la crisi, sempre più irreversibile, della leadership e del carisma di Silvio Berlusconi. Gli altri partiti dello schieramento di centrodestra non riescono numericamente a decollare e sostanzialmente dipendono dalle fortune elettorali dell’azionista di maggioranza, cioè Berlusconi. È persin ovvio dedurre che in un quadro del genere l’antipolitica, o il messaggio antisistema, o la proposta scassinatrice di Grillo e di Casaleggio, possono avere un successo insperato e si possono consolidare nella geografia politica come un elemento strutturale e non come un semplice fatto politico contingente e destinato a sciogliersi come neve al sole alla prossima tornata elettorale.
Insomma, si tratta di un quadro non funzionale alla “normalità” democratica, che rischia semmai di incrinare quella necessaria e indispensabile democrazia dell’alternanza che, da sempre, caratterizza i sistemi politici evoluti e moderni. E, sul versante speculare del centrosinistra, si corre il serio rischio di creare all’interno dell’ormai quasi unico partito della coalizione, cioè il PD, quel conflitto innaturale tra maggioranza e opposizione che dovrebbe invece regolare il rapporto tra i due principali schieramenti politici contrapposti e alternativi. Non a caso, appena dopo il successo nei vari ballottaggi che ha incoronato il PD come “partito pigliattutto”, è partito immediatamente la polemica interna sulla cosiddetta “resa dei conti”.
Ecco perché avere nel nostro Paese un centrodestra autorevole, competitivo e moderno diventa un fatto salutare per la stessa democrazia italiana. Del resto, l’antipolitica o l’antisistema selvaggio e violento non rafforzano né la democrazia né aiutano l’intero quadro politico a consolidarsi e a normalizzarsi. Questo non significa invocare o favorire le “grandi intese” né, d’altro canto, riproporre una banale e improponibile “democrazia consociativa”. Semplicemente, si tratta di far sì che anche nel nostro Paese dopo le svariate anomalie che hanno contrassegnato e accompagnato il sistema politico dopo la fine della prima della Prima Repubblica e l’archiviazione di quei partiti, si ritorni a un confronto civile, normale e democratico.
E questo solo per il bene e la qualità della nostra democrazia.