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Il sofferto NO di un democratico
 
di Paolo Ballesio*
 

È stata la più brutta campagna elettorale della storia della nostra Repubblica. Una campagna elettorale dove non avrà importanza chi uscirà vincitore, quanto l’elenco degli sconfitti che si allunga ogni giorno.
Sconfitto sarà Renzi e la sua ansia da prestazione riformista. Tutte riforme definite con modestia “epocali”, segnano il passo e non hanno invertito, se non nell’immaginario politico e mediatico, il trend negativo del Paese. Pensiamo alla Buona Scuola, e ci scontriamo con la realtà di istituti scolastici che a pochi giorni dalle vacanze di Natale non hanno ancora completato gli organici. Pensiamo all’abolizione delle Province, al Jobs Act, all’Italicum, alla riforma della Pubblica amministrazione. Riforme nate con lo scopo, condiviso, di scuotere il Paese dopo anni di immobilismo, ma mal scritte, contraddittorie, che hanno ottenuto risultati a volte contrari alle intenzioni. Una sciatteria ed una negligenza legislativa che hanno pochi riscontri nel passato. Anche se vincesse il Sì, la riforma costituzionale entrerebbe in vigore con tutte le sue contraddizioni e si trasformerebbe in un boomerang per Renzi. Dall’oscuro meccanismo di elezione dei senatori, all’impossibile applicazione della proporzionalità nelle regioni che ne esprimeranno due. Dalla sconcertante differenza di età per essere eletti deputati (25 anni) e senatori (18 anni), ai cittadini che hanno illustrato la Patria, nominati senatori dal Presidente della Repubblica e che “scadono” dopo sette anni. Dall’immunità per i consiglieri regionali ed i sindaci dopolavoristi nel nuovo Senato, alla mancata abolizione delle Regioni a statuto speciale che anzi vedono rafforzati i loro poteri a scapito di quelle a statuto ordinario. Per non parlare degli altri aspetti autorevolmente sottolineati su Rinascita popolare.

Sconfitto sarà il Partito Democratico trasformatosi in una poco gioiosa macchina da guerra a servizio del segretario-premier. In più, su un tema, le regole della convivenza civile nel Paese, che non devono e non possono essere banalizzate a livello di tifosi in un derby tra vecchio e nuovo mondo. Il PD ha, di fatto, combattuto a colpi di slogan una battaglia isolata contro tutti. La minoranza del partito si è adeguata ed ha mantenuto, con l’eccezione di Cuperlo, le posizioni. In nessun frangente dell’iter parlamentare e della campagna referendaria è emersa all’esterno una sua posizione chiara, definita, riconoscibile, sulla quale chiedere il consenso dentro e fuori dal partito. Solo piccoli accorgimenti che hanno dato l’impressione di un congresso mai terminato, piuttosto che di una vera proposta alternativa nei contenuti. Un esasperato tatticismo privo di respiro e di una leadership forte alternativa a D’Alema-Bersani. Un partito, che è stato co-protagonista di una campagna violenta, piena di informazioni e slogan discutibili. Uno su tutti: Cara Italia, vuoi diminuire il numero dei politici? Basta un sì. Orribile pensare che proprio il nostro Paese abbia bisogno di meno politici in grado di risvegliare le coscienze, e non invece di meno cooptati e nominati il cui unico compito è alzare la mano a comando, quando necessita. Anche in caso di vittoria del Sì, il PD ha chiuso con l’idea di partito che ci ha consegnato la Costituzione e la storia del ‘900. La nuova identità non è chiara. Partito populista a servizio del leader o partito think tank a leadership diffusa?

Sconfitta sarà la Politica, intesa come capacità di evitare lacerazioni nella società ricercando, attraverso la mediazione, le convergenze su soluzioni possibili. Una buona riforma deve unire, non dividere. La riforma costituzionale ha invece diviso l’Italia. Politica non vuol dire distinguere tra amici e nemici. Non vuol dire intervenire come Governo su una competenza del Parlamento impedendo, nei fatti, di avere una maggioranza più ampia e rappresentativa del Paese che non quella di Renzi-Alfano-Casini-Verdini. Politica non è criminalizzare il bicameralismo paritario, ma farlo funzionare, modificando i regolamenti parlamenti, come negli Stati Uniti che non risulta essere la nazione più retrograda del mondo. Non vuol dire imputare al bicameralismo paritario il ritardo nell’approvazione delle leggi. Le leggi ritardano quando manca la volontà politica di farle passare. La legge sulle unioni civili ha impiegato trent’anni per essere approvata, la “svuota-carceri” poco più di un mese, quelle sul conflitto d’interesse, sulla riforma della giustizia e sul contrasto alla corruzione devono ancora esserlo. Colpa del bicameralismo paritario? Politica non è fare più in fretta nuove leggi, ma farne di meno e meglio. Politica non è diminuire il numero dei senatori, snaturandone il ruolo, e mantenere inalterato il numero dei deputati. Settecentotrenta tra deputati e nuovi senatori sono ancora un’enormità rispetto ad altre nazioni come la Germania (691) e gli USA (535). Politica non è diffondere paure infondate, drammatizzare la libera espressione del voto, illudere i cittadini dicendo che se passerà la riforma costituzionale in Italia si risolveranno tutti i problemi, ed in caso contrario sarà la fine del mondo, la paralisi del sistema, l’instabilità, il governo dei tecnocrati. Non è votare in modo rassegnato o per paura, tappandosi il naso o nel timore che cada il governo dell’unico vero leader politico che ha l’Italia. Non ci sono alternative a Renzi, che vinca il Sì o che vinca il No. Non c’era bisogno di personalizzare lo scontro. È un insulto all’intelligenza evocare il ritorno di De Mita, Pomicino, Monti.

Sconfitta sarà l’idea che attraverso la riforma costituzionale si dia dignità ed autorevolezza alla classe politica italiana. Ha ragione Guido Bodrato: la democrazia si basa sull’autorevolezza dei rappresentanti non su interventi di ingegneria costituzionale. L’autorevolezza non rientra nel kit del parlamentare, deputato o senatore che sia, eletto o nominato, consigliere regionale o sindaco. Non c’è una classe politica del prima del 4 dicembre, causa dello sfascio dell’Italia, da ridicolizzare rispetto a quella del dopo 4 dicembre. La divisione non esiste nella realtà, ma solo nelle conoscenze limitate dei contemporanei. L’autorevolezza non passa attraverso il cedimento alle parole d’ordine del populismo. Se si è discusso inutilmente di riforme costituzionali da più di trent’anni ed il risultato “epocale” è quello sottoposto a referendum, dove risiede l’autorevolezza dei pochi di ieri e dei tanti di oggi?

Prima dell’inizio di questa lunghissima campagna elettorale a chi mi chiedeva come avrei votato rispondevo: un Sì, con tanti dubbi. Il timore era legato all’affievolirsi della spinta al cambiamento ed al pericolo di una svolta populista dell’Italia. Oggi, i dubbi sono diventati determinanti per una scelta che non può che essere quella del No. Essere contrari a questa riforma, non vuol dire essere contro il cambiamento né far parte dei nemici interni del segretario-premier. Ma come il Sì di Renzi è diverso da quello di Cacciari o di Cracco, il mio No è diverso da quello di D’Alema, Speranza o Camilleri. Un No sofferto. Perché oggi il populismo ha contagiato il PD. Perché il cambiamento è nei fatti e la politica è in ritardo.
È un No che si può leggere come il “basta errori” del Presidente Napolitano. È un No all’arroganza ed alla superficialità, ai contenuti discutibili che necessiteranno comunque di ulteriori interpretazioni e correzioni, all’impossibilità di essere renziani con diritto di critica. Un No al populismo usato per ottenere consenso e che è estraneo alla mia formazione politica. Un No alla nostalgia del passato. È un No al rifiuto della consapevolezza che il futuro della Politica richiede, come disse Aldo Moro, “un nuovo modo di essere, un ritmo intenso di realizzazioni, ma anche e soprattutto una tensione ideale che animi e dia significato umano ed appagante all’elenco, altrimenti arido ed insoddisfacente delle tante cose da fare”. La vittoria del No, è l’unica possibilità per attivare una seria riflessione dentro e fuori il PD sul significato del fare politica e dell’essere politici oggi, a prescindere da futuri congressi ed elezioni. In caso contrario, il copione visto in questi mesi diventerà la regola. E se si continuerà negli errori, non si riuscirà ad imparare. Perché si apprenderà soltanto a fare meglio gli errori.

* L’autore è stato sino al 30 settembre scorso il coordinatore del Circolo PD Ciriè-San Carlo, ruolo da cui si era dimesso in precedenza.


Giuseppe Davicino - 2016-12-02
La politica diventa credibile quando ha il coraggio di affrontare le cose come stanno, senza aggiustamenti propagandistici, come in questa ottima riflessione di Paolo Ballesio. La quale suggerisce che dopo la stagione degli annunci iperbolici e pacchiani, dovrà seguire quella di un necessario bagno di realismo, a cui questo Pd sembra essere sempre meno attrezzato, anche se il discorso riguarda tutti.
giuseppe cicoria - 2016-12-01
Bell'articolo. Complimenti. Il Sig. Chiesa cerca di buttarla sul personale per confondere le idee. E' stato Renzi a mettere la sua persona sul piatto e certamente non quelli che voteranno NO. Egli ha sempre la possibilità di continuare a governare. Sono convinto che se passa il No rimarrà comunque inchiodato alla poltrona come non mai. Del potere non farà a meno tanto facilmente; lo difenderà con i denti...! La critica al suo modo di governare non può esser negata a nessuno. Se poi si vede come l'Italia viaggia in Europa quasi da ultima (ci manca poco che ci superi la Grecia) si capisce che due sono i casi. Non è in grado di governare oppure, peggio, saprebbe come si fa ma invece pensa solo a se stesso acquisendo più potere ed improbabile condivisione. Sperpera il denaro pubblico, cioè nostro, perché nonostante i continui deficit di bilancio nessun investimento serio è stato messo in atto e la nostra economia langue in una palude disastrosa.
Mario Chiesa - 2016-12-01
Che il tuo NO, Paolo, sia sofferto è certo; come appassionato il tuo intervento: la figura retorica dominante è l’anafora (Politica ..., Politica ... Un No ... Un no...). Avrei apprezzato meno passione e più lucidità. Come puoi credere, per esempio, che “La vittoria del No, è l’unica possibilità per attivare una seria riflessione dentro e fuori il PD sul significato del fare politica e dell’essere politici oggi ...”? Purtroppo, e mi dispiace scriverlo, il tuo intervento ha come filo conduttore l’antirenzismo: se avrai voglia di rileggerti, ora o fra qualche tempo, ti accorgerai che dietro ogni argomento c’è questo sentimento o questa ragione.
stefano lepri - 2016-12-01
Il populismo ha qualche volta raggiunto anche il PD perché siamo stati per troppi anni con mancate decisioni e grandi consociativismi. E' vero che non si può combattere il populismo con gli stessi argomenti, ma vi rendete conto come siamo arrivati alle elezioni di Renzi? E con chi, di questi partiti in Parlamento, dovremmo trovare compromessi? La degenerazione dei partiti e della politica, mi dispiace, non trova cause nell'ultimo governo. Che ha fatto quel che ha potuto, in una situazione che resta difficile e che trova cause in una politica che ha sempre rinviato decisioni impopolari. Ad esempio, perché non chiedi agli imprenditori cosa pensano dell'abolizione dell'articolo 18? Pensano bene, e ormai anche gran parte del sindacato. E la buona scuola è stata una riforma che certo richiede aggiustamenti ma ha definitivamente superato le mille graduatorie frutto di mancate decisioni nei decenni. Mi piacerebbe farvi conoscere a fondo le riforme di questi anni, i cui frutti ancora non si colgono pienamente. Considerarle riforme mediocri, senza conoscerle,significa adeguarsi all'andazzo populista.
piergiorgio fornara - 2016-12-01
perfetto, come già aveva scritto Bodrato, ma nel PD chi non la pensa come il capo è destinato a fare la fine dei Civati, dei Marino,di Pastorino ecc
Pietro Policante - 2016-12-01
Come si fa a non vedere che la vittoria del NO sarà la vittoria di tutti i populismi espressi al peggio da Salvini, Brunetta, Meloni e compagnia, con la benedizione di Berlusconi (sia pure leggermente defilato in questa fase), attraverso i quali si realizza la congiura di palazzo Dalema/Bersani. E tutto sarà rinviato, sine die. Vedo che abbiamo imparato nulla dalle elezioni di Torino: per le anime belle meglio la vittoria del nemico, dal quale tutto ci divide, piuttosto che quella di un amico con cui abbiamo qualche questione in sospeso.
Massimo Canova - 2016-12-01
Caro Paolo, grazie per avere condiviso queste riflessioni che trovo assolutamente condivisibili (mi scuso per il gioco di parole...). Il mio sarà un no per le medesime, puntuali ragioni anche se non ho in tasca la tessera del Partito Democratico. L'auspicio per il futuro - pure questo - è lo stesso: si torni a meditare sulla necessità di "una tensione ideale che animi e dia significato" alla politica. Sarebbe davvero bello e...appagante!