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Articolo 18, tra Donat-Cattin e nuovi precari
 
di Giorgio Merlo
 

Attorno all’articolo 18 si gioca una partita politica di grande importanza. In ballo non c’è solo uno storico articolo dello Statuto dei lavoratori varato nel lontano 1970 dall’allora ministro Carlo Donat-Cattin. Ma c’è una partita politica molto più complessiva e generale. Comunque sia, siamo di fronte a un nodo che, nel corso di questi decenni, ha diviso le forze politiche, alimentato scontri di piazza e sindacali e, soprattutto, ha aperto un grande dibattito nel Paese sul tema delle garanzie e della difesa dei diritti dei lavoratori. Un confronto che conserva una straordinaria attualità ancora oggi perché, come disse in quell’anno proprio Donat-Cattin, “portare la Costituzione in fabbrica non cesserà mai di essere d’attualità”.
È ovvio che i tempi sono profondamente cambiati da quando fu varata la legge 300 e decollò il famoso art.18. Il mercato del lavoro è stato sostanzialmente rivoluzionato. La precarizzazione nei rapporti di lavoro è diventato un fatto strutturale a monte di una disoccupazione sempre più micidiale, e non soltanto giovanile. Le aziende al di sotto dei 15 dipendenti – numero fatidico introdotto dallo Statuto dei lavoratori al fine di garantire il “reintegro” di fronte a un licenziamento ingiustificato e discriminatorio – rappresentano ormai oltre l’80 per cento del nostro tessuto economico e produttivo, e le giovani generazioni sono radicalmente estranee a tutto ciò che parla di stabilità del posto di lavoro, contratti a tempo indeterminato e relativi contributi previdenziali.
Eppure il capitolo delle “tutele” dei lavoratori, di qualsiasi lavoratore e con qualsiasi contratto, non tramonta e non è destinato a diventare un tema di serie B. Semmai, la vera sfida del Governo e di questo Parlamento è quello di saper coniugare e allargare la garanzia dei diritti dei lavoratori con l’introduzione di quella flessibilità che possa permettere di incrementare l’occupazione, favorire la competitività e ridare al “sistema Paese” una chance per poter ripartire. E questo senza preclusioni ideologiche, difesa di vecchi tabù e voglia di rivalsa politica o sindacale.
Dico questo perché dietro alla disputa – anche violenta – attorno all’abolizione dell’art.18 si gioca, forse, la vera partita politica di questa legislatura. Molti commentatori l’hanno evidenziato in questi giorni con dovizia di cura. È una partita che si gioca tutta all’interno del centrosinistra, in particolare nel campo del PD. Non a caso riemerge, in tutta la sua nitidezza, la stessa ipotesi di una sua “scissione” interna perché è francamente difficile comporre all’interno di uno stesso partito proposte e progetti incompatibili attorno a un tema che non può diventare merce di scambio con altri provvedimenti o altre proposte di legge. Per intenderci, ciò che è entrato in discussione con l’abolizione dell’art.18 non è lontanamente paragonabile alla discussione, ad esempio, sulle tecnicalità della legge elettorale dove la pubblica opinione è sostanzialmente indifferente alle varie modalità che possono essere individuate dal legislatore. Lo scontro in atto tra la tradizionale sinistra politica e sociale del nostro Paese e il progetto di modernizzazione del mercato del lavoro proposto da Renzi – su cui converge buona parte della destra italiana – può invece provocare un’esplosione dei tradizionali contenitori politici e dar vita a una pesante ristrutturazione del sistema politico italiano. Con pesanti ricadute sull’attuale quadro politico e sulla stessa maggioranza di governo.
Ma il merito principale di Renzi – e questo va riconosciuto – è quello di aver innescato con forza questo dibattito. Arrivando anche, sempre che i fatti questa volta seguano agli annunci, a una sorta di “redde rationem” sotto il profilo politico e parlamentare, mettendo in discussione equilibri che sino a oggi sono stati ingessati per convenienza o per mancanza di coraggio da parte dei vari interlocutori politici.
L’unica cosa che non può e che non deve capitare, adesso, è una sorta di “mediazione al ribasso”. Cioè, una sorta di accordo minimale che accontenta tutti a metà, non soddisfa nessuno, e rimanda il problema all’infinito. Ma, almeno su questo versante, con Renzi pare una soluzione da scartare.
Anche se, a oltre 40 anni di distanza, la “lezione” politica e culturale di Carlo Donat-Cattin e molti altri continua a essere di una bruciante attualità, almeno sotto il profilo della cultura della difesa dei diritti dei lavoratori. Che, come molti auspicano, vanno semmai estesi a tutti e non conservati per pochi affrontando la non più prorogabile riforma complessiva del mercato del lavoro.


Rita Tamponi - 2014-10-05
Sarà' dura far percorrere vie dentro le quali cascano privilegi x passatisti privilegiati e crescono opportunità che destabilizzano poteri x troppo tempo inamovibili. X chi ha fame gli stessi potrebbero suggerire le brioches.
Luchino Antonella - 2014-09-30
Prima di parlare di come modificare e/o eliminare l'articolo 18 dallao Statuto dei Lavoratori (legge 300), non sarebbe auspicabile creare nuovo lavoro? Visto che il lavoro non c'e' e non si e' fatto nulla, in passato, per trattenere le imprese/aziende che hanno lasciato l'Italia. Ogni giorno il Premier lancia un nuovo slogan; qualcuno gli dica che dovrebbe iniziare a mettere in pratica quello che ha illustrato di fare nei primi giorni del suo insediamento come Capo del Governo! Di venditori di pentole e imbonitori ormai e' pieno il paese! Adesso la novita' del Tfr in busta paga; spiegate ai lavoratori che questa quota sarebbe tassata con aliquota superiore; dove sta il guadagno per noi lavoratori? Se i miei ragionamenti sono errati, correggetemi spiegandomi anche perche'. Infine chiedete a Renzi di essere piu' umile; non si governa un paese lanciando quotidianamente sfide alle parti sociali e ditegli di avere rispetto verso quei politici che lo hanno preceduto; da qui si vede il vero politico. Grazie dell'attenzione e buona giornata.
Marco Verga - 2014-09-28
Il mercato del lavoro necessita certamente una semplificazione e un aggiornamento ai tempi che sono cambiati come sostiene certamente Giorgio Merlo. Tuttavia questa insistenza sull'abolizione dellArt. 18 sostenuta da Alfano e Berlusconi lascia veramente perplessi. Per di più visto come funzionano i servizi pubblici per l'impiego e lo scarso sostegno all'occupazione sembra difficile pensare che venga presto adottato in Italia un vero sistema di flexsecurity. Ci vorrebbe maggiore cautela e una riorganizzazione più complessiva del sistema prima di abolire una conquista democratica che in questa situazione economica non rappresenta certo il principale freno alla ripresa dell'occupazione.
giuseppe cicoria - 2014-09-23
Mi sembra la classica goccia che farà traboccre il vaso. non ho rinnovato la tessera del PD perchè mi sembrava un partito che si spostava troppo a sinistra per le mia vecchie idee di democristiano di sinistra. Ho appoggiato, con qualche riserva, Renzi ma man mano mi sono accorto che la sua politica non ha niente a che fare con la sinistra ma, invece è orientata decisamente verso una destra populista. Si dice, infatti che sia un "clone" del sig. B... Che stranezza: ora sono contento di non aver rinnovato la tessera non per la vecchia politica ma per la nuova...! La deriva capitalista mondiale evidentemente non risparmia nemmeno l'Italia. Gli operai sono fattori della produzione e come tali debbono essere sfruttati ed utilizzati. Se non sono di gradimento possono essere messi da parte senza nessuna altra considerazione etica ed umana! Se si vuole questo mi sta proprio bene una sana SCISSIONE.
Carlo Baviera - 2014-09-22
Con Giorgio ci siamo già scambiati idee sull'argomento tramite facebook, perciò (se ho ben compreso la sua posizione) non posso che condividere quanto scrive. Mi limito a tre osservazioni: 1- Giorgio afferma che nel PD c'è la "ipotesi di una sua “scissione” interna perché è francamente difficile comporre all’interno di uno stesso partito proposte e progetti incompatibili attorno a un tema che non può diventare merce di scambio". Non sono iscritto al PD, ma spero che su ogni argomento ci siano spazi e modi di democratico confronto per trovare una mediazione NON AL RIBASSO. Altrimenti perchè non si è verificata una spaccatura già sui temi etici, altrettanto importanti delle tutele. Temo che su questi argomenti coloro che dovrebbero difendere (pur laicamente e senza integralismi) alcuni valori, si siano già adeguati al ribasso. 2 - Se bisogna trovare nuove modalità per rendere più flessibile il sistema per facilitare le assunzioni, le tutele non si possono eliminare ma eventualmente rimodulare, allargandone la platea. 3- Coloro che appartengono all'Associazione I Popolari, su questo argomento, dovrebbero (decisa una posizione, come indicata da Merlo) sostenerla con forza nel PD alleandosi con chi la condivide, anzichè adagiarsi su quanto sostengono Renzi e i suoi oppure chi vuole mettere in difficoltà Renzi.
Andrea Griseri - 2014-09-22
Rilanciare il lavoro significa per esempio parlare di politiche industriali, di tassazione, di cuneo fiscale, di riforma degli ammortizzatori. Di questo nel job act non pare esservi traccia. L'art 18 potrebbe essere riformato nell'ambito della costituzione di una moderna flexsecurity: ma occorre reperire le risorse! Una riforma del genere non si può e non si deve improvvisare. Non serve drammatizzare lo scontro. Ho sentito Airaudo usare argomentazioni problematiche e profonde: perché cercare lo scontro ad ogni costo con la parte più intelligente del sindacato? Il demansionamento se non è vessatorio potrebbe entro certi limiti e nel rispetto di precisi parametri essere accettabile e utile, ma l'introduzione della possibilità di controllare a distanza il lavoratore (e non in modo trasparente, che sarebbe la funzione dei capi nelle organizzazioni aziendali) è iniquo.