Il PD è fallito



Giorgio Merlo    13 Marzo 2021       2

Lo tsunami che ha investito il Partito Democratico ripropone le parole, centrate e precise, pronunciate alcuni anni fa da uno dei fondatori di quel partito, Massimo D’Alema. E cioè, “Il PD è un amalgama mal riuscito”. Parole dette molti anni fa ma che adesso assumono una valenza profetica e che, paradossalmente, sono state certificate proprio da un amico dello stesso D’Alema, l’attuale segretario nazionale del PD Nicola Zingaretti.

Ora, credo che nella storia dei partiti italiani non si era ancora mai visto che un segretario nazionale, cioè il numero 1 di un partito votato dai cittadini attraverso le primarie, si vergognasse del suo partito. Perché le parole di Zingaretti non possono essere interpretate come uno sfogo momentaneo o un’uscita estemporanea. Le parole dell’ex segretario del PD, del resto, sono molto facili da decifrare: e cioè, si tratta di un partito politicamente fallito anche se tecnicamente prosegue la sua avventura. Un fallimento che potrà essere aggirato con i soliti espedienti e accorgimenti di potere che verranno messi in campo nelle prossime settimane. Ma che ormai, ed è evidente a tutti per dirla con un linguaggio caro alla sinistra post comunista, che quel partito, il PD appunto, ha “esaurito la sua sua spinta propulsiva”. E questo sia sotto il profilo politico che sul versante della sua organizzazione interna.

Sul terreno politico è indubbio che il PD non è lontanamente paragonabile a quel “partito plurale”, a “vocazione e maggioritaria” e capace di “unire i riformismi delle migliori culture politiche costituzionali” del nostro Paese. Oggi ci troviamo, dopo l’azione politica irresponsabile condotta da Renzi e benedetta dal 70% dei renziani che lo hanno appoggiato incondizionatamente per lunghi 4 anni e la seppur breve gestione di Zingaretti, un partito che viaggia attorno al 18% e privo di un disegno politico strategico se non quello di puntare a restare saldamente al potere. A prescindere anche da ciò che si è detto e pronunciato solennemente per molti anni. Del resto, la rete è zeppa di citazioni, interventi e pronunciamenti solenni che poi sono stati sistematicamente e puntualmente rinnegati nelle concrete scelte politiche. È del tutto evidente che un partito che coltiva, giustamente, una grande ambizione politica di guida del paese difficilmente può convivere con una gestione trasformistica della sua linea politica. Salvo, poi, annunciare continue “ripartenze” e continue “rigenerazioni” che sono, purtroppo, solo la dimostrazione della propria impotenza e del proprio fallimento politico e strategico.

Ma la vera crisi di questo partito è nella sua organizzazione interna. Che, probabilmente, è stato il vero detonatore che ha provocato le durissime parole pronunciate da Zingaretti nel suo ormai famoso post. Certo, un partito formalmente “plurale” non può che essere anche plurale nella sua organizzazione interna. Ma dopo l’esperienza renziana del “partito personale”, l’ormai celebre “PdR”, per dirla con Ilvo Diamanti, il PD è precipitato in una polverizzazione interna dove francamente è difficile, molto difficile distinguere una sana e giusta articolazione correntizia da una moltitudine di gruppi, gruppetti, sottocorrenti e tribù varie. Francamente è difficile governare un partito del genere. E “lo stillicidio” – per usare le parole di Zingaretti – di critiche, di contestazioni e di attacchi politici e personali a cui è stato sottoposto il segretario uscente del PD dalla minoranza ex renziana negli ultimi tempi è francamente inusitato. Ma, al di là dell’iniziativa politica degli ex renziani, dove non si conosce ancora bene quale sia il disegno politico che lo ispira, resta il fatto che una organizzazione del genere difficilmente è compatibile con un buon funzionamento del partito.

Nulla a che vedere, ad esempio, con l’esperienza e la tradizione di un altro grande partito popolare plurale e che al suo interno era organizzato attraverso il metodo delle tradizionali correnti, la Democrazia Cristiana. Ma c’è una differenza di fondo tra queste due esperienze, al di là della profonda diversità storica e politica dei due contesti. Nella DC le correnti erano espressioni di rappresentanze sociali da un lato e di sensibilità politica dall’altro. Certo, il dibattito e la dialettica interna erano quantomai vivaci ma l’unità del partito era la bussola in cui tutti si riconoscevano e, soprattutto, era prevalentemente un confronto politico e di prospettiva politica. Il confronto tra la moltitudine di correnti, sottocorrenti, gruppi e gruppuscoli che animano la vita interna del PD è riconducibile prevalentemente a motivazioni personali. Perchè il profilo e la natura di questi gruppi non hanno una valenza politica ma sono solo lo strumento utile per la distribuzione del potere interno al partito e nelle istituzioni. Nulla a che vedere, quindi, con la tradizione politica ed organizzativa della Democrazia Cristiana o di altri partiti con un alto tasso di pluralismo interno.

Ecco perché, forse, è arrivato il momento per formulare un giudizio politico definitivo sull’esperienza del Partito democratico. Certo, le parole del segretario uscente non sono state dure, ma durissime. Come dicevo all’inizio, è la prima volta che capita nella storia dei partiti democratici. Ma pensare di risolvere il problema con qualche marchingegno organizzativo o qualche accordo al ribasso per conservare il potere non sarebbe altro che la plastica dimostrazione del progressivo esaurimento di quella esperienza politica. È arrivato il tempo della politica. La cultura del solo potere non è più sufficiente. Neanche per un partito che del potere ha fatto la sua cifra distintiva.


2 Commenti

  1. Egr. G. Merlo,
    non solo M. D’Alema, ma recentemente anche M. Cacciari, ha sottolineato la vacuità e la vuotezza politiche del PD. A me pare però che il peccato sia originale. Il PD non è mai stato un partito, ma la fusione di due entità diverse per cultura, ragioni politiche, obbiettivi politici e per storia ideale. Zingaretti rappresenta la vecchia ideologia comunista, fallita ovunque a caro prezzo di vittime. Franceschini rappresenta l’ultima evoluzione della DC, la più sclerotizzata. Credo che la soluzione del problema stia nella divisione e nella costituzione di due partiti, ciascuno con un proprio programma e i propri ideali ed eventualmente costituire un’alleanza elettorale e di governo, se raggiungessero la maggioranza. Non credo che la soluzione sia E. Letta, che del resto non mi pare che abbia dato prove di grande capacità gestionale.
    E per sciogliere completamente l’impasse politica si dovrebbe da una parte denunciare apertamente e rigettare l’esperienza tragica del comunismo, e la tendenza e il legame affaristico dall’altra. In conclusione i partiti e la politica dovrebbero avere come obbiettivo primario chiarezza di intenti e di programmi da offrire all’elettorato.

  2. Caro Giorgio, forse necessita ai Popolari di rivedere profondamente alcuni pensieri se si vuole ricostruire una presenza nell’arena politica che non sia marginale e/o di pura testimonianza. Cerco di sintetizzare , forse anche un po’ brutalmente, scusandomi per la franchezza
    L’elemento unitario delle forze riformiste nel far nascere il PD era il nemico Berlusconi.
    Poi, con Berlusconi a mezzo servizio, le forze progressiste d’ispirazione comunista hanno trovato il nemico in REnzi.
    Ricordiamoci come quelle forze progressiste si ruppero nel referendum costituzionale , di cui molti esponenti che lo combatterono ora rimpiangono parte di quelle riforme.
    Poi il nemico per restare uniti e’ stato Salvini. Ora che sono tutti insieme al governo avviene l’implosione. Che Strano (!!!!) E nessuno fa autocritica partendo dalla vera rottura che e’ stata la guerra a Renzi, pur essendo forte del 40% alle elezioni europee. Vogliamo scendere dal piedistallo e tornare a confrontarci serenamente con quel periodo renziano, che nel bene o male ha iniziato le uniche riforme uscite dal mondo progressista negli ultimi 10 anni? Sicuramente magari da rivedere ma possiamo dare a Renzi, oltre vedere il suo pessimo modo di rapportarsi, il giusto valore di quella esperienza e confrontarci su quello senza stati d’animo astiosi e infidi? o la politica la lasciamo al giudice Rossi che vuole fare “cordone sanitario su Renzi”? A proposito non ho letto nessuna critica a questo ulteriore cortocircuito di una certa magistratura , abbiamo Paura o il mondo progressista deve ancora dei crediti alla magistratura?. Credo che Donat Cattin si sarebbe infuriato per quelle infelici frasi, anche se rivolte al ” nemico Renzi”, che togliono il respiro e la liberta’a tutti noi. Ciao ed a presto. Alberto da Verona

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